Corriere della Sera, 5 luglio 2026
L’appello di Leone all’Europa: «Migranti, chiamata epocale»
C’è un momento in cui Leone XIV resta solo, appoggia la mano destra alla cornice della Porta d’Europa di Mimmo Paladino e poi cammina verso la scogliera, sale sui massi d’arenaria mentre il vento gli fa volare lo zucchetto e quasi incespica nella veste, s’arrampica fino al sasso più alto e resta lì qualche istante a guardare il mare. «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee», dice più tardi nella messa celebrata al campo sportivo di fronte al porto.
Proprio il 4 luglio
Nel Giorno dell’Indipendenza Usa, il Papa americano ha scelto di venire a Lampedusa e, mentre alla vigilia si era rivolto al suo Paese, è al Vecchio Continente che si è rivolto ieri mattina: «Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».
13 anni dopo Francesco
Sono passati tredici anni da quando papa Francesco scelse di compiere il suo primo viaggio nell’isola, per «piangere i morti» e denunciare la «globalizzazione dell’indifferenza». Nel frattempo si calcolano altre 34 mila persone affogate nel Mare Nostrum. Gli sbarchi continuano, nell’hotspot di contrada Imbriacola sono passati in questi anni 182 mila migranti, fino a venerdì c’erano 114 persone ma la notte sono arrivati altri 17 naufraghi salvati dalla Guardia costiera. Così, appena atterrato, Prevost raggiunge il cimitero Cala Pisana: molte delle tombe sono rimaste senza nome, segnate da crocifissi ricavati da assi di barconi sfondati, e il Papa posa un cuscino di rose gialle e bianche, s’inginocchia e prega davanti a una sepoltura al centro del campo. Poco distante c’è la tomba di Yusuf, un bimbo di sei mesi della Guinea che nel 2000 fu trovato in mare e morì assiderato prima che i soccorritori riuscissero a raggiungere l’ospedale.
Il monumento
L’attraversamento della Porta d’Europa, per mano a due bambini migranti, quindi l’incontro con diciannove superstiti al Molo Favaloro, dove sbarcano i naufraghi. Leone XIV ripete il percorso del predecessore, scopre e benedice una targa che intitola il molo a papa Francesco. Si alza il vento, le nuvole velano il sole, nel campo sportivo sono arrivate quattromila persone a seguire la messa e l’omelia di Prevost segue la parabola evangelica del Buon Samaritano, un uomo aggredito e lasciato mezzo morto, un sacerdote e un levita che passano oltre, il samaritano che si ferma e lo soccorre: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”».
La prossimità
A Tenerife, il mese scorso, si era rivolto agli scafisti: «Convertitevi». Ecco, «qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti», fa notare il Pontefice: «Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».
Lampedusa e le isole furono chiamate Pelagie perché perse nel pélagos, la distesa infinita del mare. La cultura dei greci comprendeva la xenía, l’ospitalità nei confronti dello straniero, come i Feaci con Odisseo. Leone XIV ricorda che anche gli apostoli «hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà». Sillaba: «Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, il contatto è evitato, lo scambio è interrotto». Il centro della parabola è che «prossimi ci si fa, prossimo si diventa». Purtroppo, considera, «in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti: è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione». Leone XIV ringrazia Lampedusa, il «miracolo della compassione» della sua gente. Si rivolge anche ai turisti, parla del «muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri» e dice: «Abbiate l’audacia di pensare diversamente». Ma parla a tutti: «C’è autentico riposo dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna».