Corriere della Sera, 4 luglio 2026
L’evitabile fatalismo sul clima
Guardare altrove, se possibile. Non credere ai dati perché c’è sempre qualcuno che li manipola. Andare a caccia di piccole prove per convincersi che, dopotutto, è cambiato poco o nulla. Solo eventi eccezionali. In questa estate torrida e infernale («Ma anche nel 2003 fu così e allora?») con i ghiacciai che si sciolgono, i fiumi in secca, il dibattito sulla transizione energetica, sulle scelte per contrastare o almeno mitigare gli effetti del riscaldamento, è clamorosamente assente o distorto. E inquinato da troppe falsità.
Affrontiamo le conseguenze drammatiche – le morti per il caldo, le colture in sofferenza – cerchiamo di garantire assistenza e refrigerio alle persone più fragili, ma rimuoviamo costantemente la discussione sulle cause. Non siamo diventati tutti negazionisti. Basta un briciolo di saggezza popolare per essere sinceri con se stessi. Ma forse ci stiamo rassegnando. Con un supplemento imprevisto di fatalismo. Del resto ne siamo culturalmente maestri. E questo è addirittura peggio. Perché sarebbe, oltre che una catastrofe per l’ambiente, una colpevole rinuncia a una battaglia di civiltà, un tradimento dell’umanità. Certo, si dice, perché noi europei dovremmo decarbonizzare quando l’Europa è causa di meno di un decimo delle emissioni globali? Perché dovremmo essere virtuosi quando l’America di Trump – lui sì apertamente negazionista – rilancia il petrolio e il gas, le energie fossili di cui è esportatrice netta?
Perché dovremmo mandare all’aria molte delle nostre filiere industriali riducendo la competitività delle aziende, costringendole a pagare se inquinano, quando i concorrenti producono ed esportano senza vincoli? Perché dobbiamo rinunciare al nostro benessere per obiettivi che appaiono ormai irraggiungibili e ininfluenti sullo stato di salute del Pianeta? Tutti questi interrogativi, angosciosi, frutto di troppe semplificazioni ed errori, non giustificano la tentazione di tornare indietro. Purtroppo diffusa più in Italia che altrove.
Le normative europee hanno molti difetti (le hanno votate anche coloro che oggi le avversano). Sono stati compiuti numerosi errori. Si sta ponendo riparo con un soprassalto di pragmatismo, senza rinunciare all’obiettivo della neutralità nelle emissioni al 2050. Ma si sbaglia a credere che la via della transizione energetica sia solo una scelta obbligata e costosa. È una necessità vitale, un atto di responsabilità verso le prossime generazioni. Per questa ragione abbiamo modificato l’articolo 9 della nostra Costituzione. Ovvero la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni. Ma è anche un investimento che crea lavoro e reddito, cioè il benessere di domani.
In questa stagione di assemblee di organizzazioni industriali, sindacati e non solo, mi è capitato più volte di sentire una ricorrente litania contro il Green deal europeo, contro le norme sulla sostenibilità scambiate come un’inutile pendenza burocratica. L’uso quasi ossessivo dell’aggettivo ideologico (prerogativa del centrodestra) per qualificare, o meglio squalificare, la transizione energetica. Pochi i riferimenti ad altri dati. Incontrovertibili. Le aziende che hanno investito di più nella sostenibilità ambientale e sociale, nell’efficienza energetica, sono quelle che vanno meglio. Sono più competitive. E molte di queste sono italiane e hanno più futuro di quelle, meno avanzate o inefficienti, che però godono di un peso sindacale e politico maggiore.
La transizione energetica è una prova di maturità della classe dirigente italiana che, per ora, non la sta passando. Coltivare le paure corporative è un atto suicida oltre che un inganno collettivo. L’Italia è avanti nell’economia circolare, nel riciclo delle materie prime. Le eccellenze non mancano. Le tecnologie migliori si applicano nella sfida per un ambiente più pulito. Si aprono, non si chiudono, orizzonti di nuovi settori specializzati, ad alto valore aggiunto, preferiti dai giovani più preparati. La finanza ambientale è tutt’altro che in ritirata. L’Italia, se vuole attrarre capitali per crescere, non può apparire come un Paese rassegnato a subire la transizione energetica, anziché esserne protagonista.
In questo articolo non abbiamo fatto cenno agli investimenti nelle rinnovabili, solare ed eolico. Perché anche questa è una cantilena insopportabile di ambiguità. Tutti dicono di volerle purché non sotto casa e nella propria regione (soprattutto quelle governate dalla sinistra). L’idroelettrico piace a tutti, ma nessuno accetterebbe di costruire una nuova diga. Molti si illudono che le rinnovabili possano bastare per completare la transizione energetica. Ma non è così. Ci vorranno ancora, a lungo, fonti non intermittenti, ovvero fossili. E anche il nucleare che rimane per tanti un tabù. Si parla poco di risparmi collettivi e personali. Inutili? Briciole? Forse sì, ma almeno ci salviamo un po’ la coscienza e smettiamo di guardare altrove.