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 2026  luglio 04 Sabato calendario

Rachel Fermi racconta di suo nonno Enrico

«Enrico non svelò mai niente di quello che stava succedendo nei laboratori di Los Alamos. A nessuno. Eppure mio padre lo tempestava di domande. Lo vedeva impegnato a tutte le ore del giorno e voleva sapere: perché lavori tanto? A cosa lavori?».
E lui resisteva?
«Enrico mentiva. Bugie divertenti per suo figlio, mio padre, che all’epoca era un bambino: “Giulio, lo sai? Stiamo costruendo i tergicristalli per i sottomarini”. Stavano costruendo il prototipo della bomba atomica».
Rachel Fermi non lo chiama mai «nonno». Ma non soltanto perché non ha mai potuto conoscerlo, morto dieci anni prima che lei venisse al mondo. È che se il tuo cognome è Fermi e il nome di tuo nonno è Enrico non è facile circoscrivere in ambito familiare gli eventi da raccontare in un’intervista.
Rachel, lei non parla italiano. Come mai?
«Non ho mai vissuto in Italia. Mia madre era americana. Sono nata a Washington, adesso vivo in Scozia con la mia famiglia».
Suo padre però era nato a Roma?
«Ma aveva soltanto due anni quando nel 1938 Enrico scappò dall’Italia per andare negli Stati Uniti. Lui è tornato in Italia soltanto due volte, molti anni dopo la fine della guerra, senza figli».
Sua nonna Laura era ebrea, nel 1938 Mussolini promulgò le leggi razziali.
«Per questo Enrico decise di andare via dall’Italia con sua moglie e i suoi due figli, mio padre Giulio e mia zia Nella che era più grande, aveva sette anni».
Scapparono subito dopo che suo nonno aveva ritirato il premio Nobel. Partirono direttamente da Stoccolma, senza nemmeno ripassare da Roma. Si trasferirono a Chicago?
«Sbarcarono a New York e subito dopo andarono a vivere a Leonia, nel New Jersey. Rimasero lì tre anni. Mio padre mi raccontava di aver amato molto il periodo in cui aveva vissuto a Leonia, anche se era piuttosto piccolo per poterlo ricordare bene».
Suo padre si chiamava Giulio, lo stesso nome del fratello di Enrico.
«Giulio era il fratello grande, appena un anno in più. Erano legatissimi. Stavano sempre insieme. Purtroppo Giulio morì a quindici anni».
Un problema alla gola che oggi si sarebbe risolto con facilità... Era un ragazzo brillante Giulio.
«Addirittura più di Enrico, si diceva».
Non lo sapremo mai. Sappiamo però quanto fosse straordinaria l’intelligenza di suo nonno. Che effetto le fa portare questo cognome?
«Mi fa effetto qui a Roma. Mi ha fatto effetto visitare il Centro Fermi, ci sono video originali dove ho sentito la voce di Enrico. Oggi il Centro è un museo, era invece il famoso istituto di fisica di via Panisperna».
Famoso per i «Ragazzi di via Panisperna», gli scienziati che lavorarono con suo nonno.
«Ho visto anche la famosa fontana, all’ingresso dell’istituto».
La grande fontana delle salamandre di Rasetti. Quella dove Enrico Fermi ha confermato la scoperta dei neutroni lenti. Una scoperta che ha aperto la strada all’energia atomica.
«Una storia di gran fascino. Sono contenta di aver portato la mia famiglia al Centro Fermi. Mio figlio studia fisica all’università».
Lei è una fotografa.
«Sì, insegno al college in Scozia».
Trent’anni fa realizzò un libro di fotografie: «Picturing the bomb».
«Era l’anniversario dei cinquant’anni del Progetto Manhattan».
Dove ha trovato quelle fotografie?
«Vengono dall’album di famiglia».
Quale album?
«In realtà erano delle scatole. La prima scatola di fotografie l’ho trovata un giorno a casa di mia zia Nella, a Chicago. Stavo studiando fotografia ed ero molto interessata a quelle immagini».
Cosa ha trovato?
«Tante foto di persone, ero convinta che molte fossero interessanti».
Lo erano?
«Avevo ragione, sì. Mi sono messa a ricostruire le storie che c’erano dietro quelle immagini. Gli amici di Enrico erano storie che meritavano essere raccontate, per forza. Fino a quando è spuntata fuori quella piccola istantanea rossa».
Che cosa rappresentava?
«Il fungo atomico».
Ovvero la bomba Trinity? La bomba atomica che fu buttata come test prova nel deserto di Alamogordo, in New Mexico?
«Quell’istantanea l’aveva scattata l’assistente di Enrico. A quel punto ho chiesto a mia zia di poter avere tutte le scatole che aveva».
E cosa ha trovato?
«Un’altra foto del fungo atomico. Un’altra soltanto, ma incredibile».
Ha sentito parlare nella sua famiglia del Progetto Manhattan?
«Certo».
Cosa le ha raccontato suo padre di quel periodo?
«Mio padre era felice di vivere a Los Alamos. Veniva da Chicago, la città non gli era piaciuta».
A Los Alamos invece?
«Los Alamos era un bel posto. Un contrasto inimmaginabile con quello che succedeva nei laboratori. A Los Alamos si faceva una vita all’aperto, era pieno di famiglie, per mio padre c’erano tanti ragazzini con cui giocare».
Ma davvero nessuno sapeva quello che si stava costruendo?
«Il Progetto Manhattan era coperto dal più assoluto segreto. Oppenheimer era stato categorico. Soltanto i fisici dovevano sapere. Soltanto chi stava lavorando direttamente al progetto aveva le informazioni».
A nessuno è scappato mai niente? Magari qualche dettaglio?Magari all’interno della famiglia? Con le mogli? Con sua nonna Laura?

«Mia nonna, Laura Capon, ha saputo della bomba soltanto quando tutti gli altri hanno saputo».

Ovvero quando hanno sganciato la bomba.
«Già».
Si dice che sia stata la radio a diffondere la notizia a Los Alamos.
«Fu uno choc per tutti gli abitanti».
E suo nonno cosa disse a sua nonna in quel momento?
«Non l’ho mai saputo. Anche mio padre non ha mai parlato di questo. Mi ha detto, di nuovo, che aveva provato a chiedere a Enrico informazioni dopo l’esplosione di Trinity».
Ma anche in questo caso non aveva carpito nulla.
«Il segreto sulla bomba atomica fu mantenuto fino allo sgancio delle due bombe su Hiroshima e Nagasaki».
Cosa si venne a sapere a quel punto?
«Come era stata costruita l’atomica».
In che modo è stato reso noto?
«Mia nonna lo venne a sapere da un report che le mise tra le mani Enrico. Era il 12 agosto 1945. Enrico le consegnò un volume e le disse: “Ecco Laura, questo è il miglior report di quello che ho fatto lavorando alla bomba. Leggilo”».
Che report era?
«Lo Smyth Report. Lo aveva voluto commissionare il generale Groves. Immaginava che ci sarebbe stato un enorme interesse pubblico immediatamente dopo il bombardamento».
Il General Groves, ovvero il dirigente militare che aveva affiancato Oppenheimer durante il Progetto Manhattan. Gli scienziati lo chiamavano «Gee-Gee». A quel punto decise di dare il permesso affinché le informazioni sulla costruzione della bomba venissero rese pubbliche in un report?
«Non tutte, ovviamente. Soltanto quelle considerate declassificate».
Ma a parte la bomba, c’è qualche cosa che suo padre Giulio le raccontava di suo nonno?
«Non hanno mai avuto un gran rapporto. Non hanno neanche avuto il tempo di costruirlo. Enrico era sempre molto impegnato e poi è morto quando mio padre era ancora teenager».
Enrico Fermi è morto nel 1954, aveva 53 anni. Un tumore allo stomaco particolarmente aggressivo. Lei non ha potuto conoscerlo.
«Sono nata esattamente dieci anni dopo».
E sua nonna Laura?
«Una donna fantastica, ricordo una vacanza con lei a Chicago, ero bambina, lei una nonna dolcissima».