Corriere della Sera, 4 luglio 2026
Fuksas parla della sua vita
La domanda arriva poco prima dell’antipasto. «Ma lei ha capito dove siamo?», chiede l’architetto. In parte: Costanza Hostaria, cucina romana, Campo de’ Fiori. Ristorante scavato nella roccia che è letteralmente incastonato in una parte dell’antico Teatro di Pompeo. Massimiliano Fuksas qui è di casa. «Hai i fiori di zucca freschi?» chiede al cameriere, il quale consiglia anche la mozzarella di bufala e il prosciutto crudo tagliato spesso. «Qui è dove Conte e Schlein hanno fatto il famoso pranzo del Campo largo – racconta Fuksas assaggiando la pinsa con olio e rosmarino —. Altri tempi quelli in cui Bertinotti veniva a casa mia e davanti a una pasta al pomodoro giuravamo che il giorno dopo avremmo fatto la rivoluzione».
Ottantadue anni, un’energia che solo un nuovo progetto può contenere («Non riesco a stare tanto tempo senza ideare qualcosa»), al secondo boccone di crudo Fuksas confessa: «Se qualcuno mi chiedesse che cosa desidero oggi avrei difficoltà nel rispondere. Ho avuto tanto nella vita. Assieme a Doriana (moglie e socia, ndr) ho costruito in tutto il mondo, ho due figlie che amo e tanti amici. Per uno che è nato povero tutto questo è ricchezza vera».
Nato nel 1944, radici ebraiche, padre lituano e madre romana. Nel 1938 a Roma le leggi razziali sconvolgono la famiglia Fuksas. «Mio padre non poté più insegnare, diventammo poveri, poi nacqui io. Mio nonno non volle mai prendere la tessera da fascista e a Mussolini lo disse chiaro. Rischiò grosso». Poi la scuola, il Liceo «Virgilio», Bernardo Bertolucci era qualche anno più avanti. Le partite a calcio con Pasolini, mentre un ragazzo timido suonava la chitarra durante i pomeriggi insieme, si chiamava Francesco De Gregori.
La personalità di Massimiliano si fa strada. «A scuola il mio maestro era Giorgio Caproni, mi portava a casa sua nel pomeriggio e mentre io giocavo con i figli lui traduceva Céline. Un giorno mi disse: “Tu hai bisogno di un maestro vero”. E mi presentò Giorgio De Chirico. Sono stato il suo assistente per anni. Lei sa che il suo grande amore, Isabella Far, comparve nella sua vita per caso?». Arriva la bufala fresca. Racconti. «De Chirico aveva organizzato una cena, quando si accorse che a tavola erano in tredici. Troppo per un superstizioso come lui, così scese in strada e invitò a salire la prima persona che vide. Era Isa. Si amarono fino alla morte di lui». Com’era De Chirico? «Intelligentissimo. Ma odiava alcune parole. Per esempio, ascella». E lei quali parole odia, architetto? «Narrazione». Nel corso di questa cena d’estate, tra la cicorietta saltata («Senz’aglio») e i biscotti caserecci, si scoprirà che Fuksas è davvero come appare: spiritoso, affabile, pronto a correggersi. «Dicono che ho solo amici di sinistra, sa qual è la verità? Che io ho voluto molto più bene a uno come Cossiga, per dire. Una volta, quando era già capo dello Stato, passava per via del Corso con la scorta. Mi vide, bloccò tutto e scese per salutarmi». Lei e Doriana state lavorando a un progetto tra la Mongolia, la Cina e la Russia. «Nel mondo ci conoscono. Una volta anche Kim Il-sung, il dittatore della Corea del Nord negli anni ’70 e ’80, mi invitò a raggiungerlo. Ma non sono andato. Non ricordo bene perché». Shimon Peres la chiamò per chiederle di costruire la Casa della Pace a Giaffa. «Quando risposi al telefono pensai a uno scherzo. Non aveva né i soldi né l’idea di dove farla. Accettai». Le hanno mai proposto incarichi politici? «Una volta, ma non aggiungerò nulla». Almeno l’anno... «Era il Duemila».
Il caffè è accompagnato dai biscottini della casa, il discorso si sposta su Roma. La «Nuvola» è una delle poche opere architettoniche che portano il nome dell’architetto. «La “Nuvola di Fuksas” è quasi un miracolo perché quel concorso ero sicuro di non vincerlo. E invece no. Il fatto è che io Roma l’ho scelta. Con Doriana stavamo a Parigi, ci eravamo inseriti, poi un giorno le dissi: “Riportami a Roma”. Perché una città è come una donna che ami: in un modo o nell’altro, te la devi sposare».