Corriere della Sera, 4 luglio 2026
Passa (in parte) la linea italiana: per gli aiuti nel 2027 servirà l’ok degli Stati
Alla fine l’Italia ha pareggiato. Aveva chiesto di non assumere impegni cogenti, nella dichiarazione del vertice Nato, per un biennio. È stata accontentata solo in parte: la dichiarazione del vertice che inizierà martedì pomeriggio ad Ankara (quattro paragrafi, per una sola pagina di promesse e obiettivi comuni) mantiene per il 2027 i 70 miliardi di aiuti a Kiev, ma li fa dipendere da una decisione «sovrana» dei singoli membri dell’Alleanza.
C’è poi almeno un altro risultato, sul quale ieri Giorgia Meloni si è confrontata e congratulata al telefono con il presidente Erdogan, che sta organizzando il vertice: e cioè un riferimento esplicito, che l’anno scorso al vertice dell’Aia non era presente, ad uno spettro di azione della Nato non solo orientato al suo fianco orientale, ma «a 360 gradi».
Fianco Sud
Il che significa anche fianco Sud della Ue, dunque Mediterraneo, una nostra richiesta storica, dove le responsabilità della nostra Marina e del nostro sistema integrato di difesa sono destinate a crescere, anche nel peso specifico interno all’Alleanza che ha il suo quartier generale a Bruxelles.
Ma qui si fermano le buone notizie, nel senso che il vertice di Ankara resta per Giorgia Meloni non in discesa. Se non altro per le notizie che arrivano all’estero dal nostro Paese. La spesa militare, dai fondi europei Safe alla mancata adesione al meccanismo Purl (acquisto di armi americane da girare a Kiev), è in sostanza congelata per almeno 12 mesi. Ne sanno qualcosa sia gli italiani di Leonardo sia i tedeschi di Rheinmetall, che a seguito delle decisioni del nostro governo dovranno rivedere il programma di investimento congiunto, in nuovi carri armati e veicoli da combattimento, programma per cui le due aziende avevano già iniziato a fare assunzioni e il necessario rafforzamento di linee industriali congiunte. Anche Fincantieri ha dovuto mettere in stand by alcuni progetti, e questo mentre secondo i programmi targati Nato la nostra Marina dovrebbe avere 6 cacciatorpediniere, e dispone al momento solo di due unità.
Brigate corazzate
Nel governo, e hanno in parte ragione, rispondono che lo stop imposto da Palazzo Chigi al bilancio della difesa riguarda capitoli e dossier, come il Safe, che con la Nato non c’entrano. Ma anche qui è questione di prospettive: all’Alleanza dobbiamo fornire un certo numero di brigate corazzate, nel medio periodo, e se non abbiamo mezzi nuovi difficilmente potremo raggiungere gli obiettivi. Poi si entra nei numeri che tutti, a partire da Donald Trump, guarderanno con la lente di ingrandimento nella due giorni del vertice. L’Italia è salita al 2,8% di spese per la difesa negli ultimi mesi, ma come ha detto Meloni stessa in Parlamento, lo 0,7 in più riguarda la sicurezza in senso lato, il che significa anche un’infrastruttura utile all’uso militare. Le spese militari pure restano al palo, l’anno scorso siamo saliti di colpo dall’1,5% al 2%, ma non è chiaro cosa è stato incluso in questa percentuale.
Il supercaccia
Altri Paesi hanno fatto come noi, altri meglio e altri peggio, ma di sicuro si può affermare che per i motivi più disparati di politica interna Meloni ha scelto di tenere una linea di estrema prudenza sugli investimenti militari, e «di sicuro non ha fatto nulla per ingraziarsi gli americani», ammettono e insieme rivendicano fonti di governo. Un singolo dossier invece ha subito proprio ieri una decisa accelerazione: al consorzio che guida la joint venture fra Italia, Giappone e Gran Bretagna per il cosidetto Gcap, un caccia da combattimento di sesta generazione, ieri è stato staccato, dalle tre Capitali, un assegno di 4,6 miliardi di sterline. La cooperazione fra i tre Stati, per un obiettivo militare molto ambizioso, e che molti ci invidiano, sta entrando nel vivo e uscendo dalla fase dell’assetto della governance. Infine l’interrogativo al quale è impossibile rispondere in anticipo: come andrà il prossimo incontro fra Trump e Meloni? Nel governo scommettono al ribasso: ci saranno meno foto congiunte rispetto al G7. Anche perché i leader saranno 32.