La Stampa, 3 luglio 2026
Enrico Sangiuliano riflette sulla musica techno
«La prima volta che ho suonato al Kappa FuturFestival è stata nel 2019», dice Enrico Sangiuliano. «Stasera sarà la sesta». È uno dei nomi di punta del festival torinese, ed è arrivato alla scena globale dopo un lungo percorso nei rave e nei club, con un sound che tiene insieme l’impatto fisico della techno e una ricerca più concettuale sulla ripetizione, sulla trance e sul rapporto tra macchina e corpo. Nato a Reggio Emilia, laureato in Sound Design allo IED di Milano, Sangiuliano è sposato con Charlotte de Witte, disc jockey e produttrice discografica belga (al FuturFestival è in cartellone domenica).
Com’è cambiato il pubblico del Kappa FuturFestival in questi anni?
«Si è internazionalizzato, è sempre più consapevole e più connesso con l’evoluzione di un Festival che affianca grandi nomi ad altri di nicchia. Artisti che magari vendono meno, però alzano il valore culturale e spingono il pubblico a scoprire nuova musica e ad andare in profondità. E poi c’è il calore, il cibo, la location: così, visto da fuori, il Kappa è il festival italiano per eccellenza, lo vedo quando parlo con i miei colleghi».
In un live quanto spazio c’è per l’improvvisazione e quanto invece è già deciso prima?
«Dipende. Se suono in uno slot molto breve e voglio assicurarmi di mettere determinati dischi, mi preparo una mappa mentale piuttosto precisa di quello che andrò a suonare, inclusa l’intro. Se ho più tempo, come nel caso del set di quest’anno sul Futur Stage, di solito non parto con una scaletta, ho solo un’idea di quello che potrei mettere. Ascolto molti dischi nei giorni prima della performance, per rinfrescare la mia biblioteca musicale, tenerla attiva nel mio cervello e poter attingere sul momento a quello che mi serve».
Da quanto tempo suona?
«Mi sono reso conto qualche mese fa che suono da 25 anni. Ho cominciato ai rave quando ne avevo 16 e a ottobre ne faccio 40».
A proposito di rave, com’è la situazione in Italia? Esistono ancora, nonostante i decreti?
«Sicuramente non è fiorente come negli anni in cui ne ho fatto parte anch’io, per motivi che conosciamo bene. Ma se 30 anni fa dei ragazzi si trovavano ad accendere un fuoco in spiaggia e a suonare una chitarra, oggi hanno una consolle: mettere musica e trovarsi in compagnia è un rituale sacrosanto, che non fa male a nessuno».
La techno, specie agli inizi, aveva una blanda connotazione politica, un’idea di amore e convivenza pacifica. Le sembra che esista ancora?
«Più che di politica parlerei di comunità e di unione attraverso la musica. È un momento di connessione, e allo stesso tempo di disconnessione: uno spazio in cui essere felici tutti insieme, ma anche in cui potersi isolare e sfogare. E non c’è spazio per il razzismo, la divisione di generi o per isolare qualcuno perché ha preferenze personali di un certo tipo. La techno è inclusiva per natura».
Se dovessi spiegare cos’è la techno a chi non l’ascolta, da che cosa cominceresti?
«Lo spiegherei dicendo che i riti, le litanie, le liturgie, le preghiere sono tutte basate sulla ripetizione. E la ripetizione crea uno stato di calma mentale, di ipnosi, di trance. È quello che succede con la techno. La techno cambia, si evolve, per cui non sei mai esattamente nello stesso punto, è una rappresentazione dello scorrere del tempo. Entrare in questo flusso è un’esperienza molto forte, e ancora di più se condivisa. Ci riporta a qualcosa di antico e rituale, alla magia del suono, del fare musica, delle vibrazioni. Quando il basso ti vibra nella cassa toracica la musica diventa un’esperienza multisensoriale e collettiva, che tutti almeno una volta dovremmo provare».
Già alla fine degli Anni ’90 i Chemical Brothers parlavano di “superstar deejay”. Secondo lei questa popolarità ha fatto bene o male alla musica elettronica?
«Bene e male. Lo star system può essere fuorviante perché fa della musica un oggetto di entertainment e non solo di ricerca. E quando diventa entertainment, rischia di venire spogliata dei suoi valori e diventare solo funzionale a una piccola clip condivisa su TikTok. Non mi è mai interessato essere conosciuto a livello internazionale, ho sempre voluto solo fare musica per esprimermi e condividerla con persone come me, che potessero apprezzarla, e ovviamente il mio sogno era riuscire a vivere di questo».
Consigli a chi vuol cominciare ora la carriera da deejay?
«Direi di divertirti prima di tutto. Metti i dischi che non ti fanno stare fermo, quelli che ti danno i brividi. Se vuoi fare anche musica, non avere fretta, ci vuole tempo: farai dei dischi brutti per tanti anni, poi piano piano capirai quello che ti piace e scolpirai il tuo suono, e quella sarà la tua carta d’identità sonora. Continua, e vedrai che se fai bene le porte si apriranno da sole».