La Stampa, 3 luglio 2026
Aiuti alle forze di Kiev, Italia in coda
La propaganda della destra radicale in Italia (non solo il generale Vannacci, per la verità) sostiene che i cittadini italiani si stanno svenando per mandare armi in Ucraina, «una follia», ha detto Vannacci al congresso del suo partito, che non fa altro che allungare la durata del conflitto senza portare a risultati concreti. Il governo Meloni va ovviamente in difficoltà, perché un pezzo di elettorato di destra è molto sensibile a questo tipo di sirene, con la motivazione che gli italiani vengono spennati per una causa lontana e remota. Il problema è che la realtà è profondamente diversa, numeri alla mano: l’Italia tra i grandi Paesi europei spende molto di meno di Germania e Regno Unito, quasi la metà della Francia, meno anche della Polonia e infinitamente meno dei Paesi scandinavi. Superiamo (non di molto) solo la Spagna.
Non significa che non stiamo facendo niente per Kyiv. Ma che la realtà e la propaganda sono due cose molto diverse (specie quando si parla di propagande organizzate, nazionalisti e populisti, magari spinti attivamente da Mosca). L’istituzione di riferimento in Europa per tracciare gli aiuti all’Ucraina è il Kiel Institute, che ha pubblicato l’ultimo aggiornamento dell’Ukraine Support Tracker. Basta leggerlo per sfatare alcuni miti: dal 22 febbraio 2022, inizio dell’invasione russa su larga scala in Ucraina, fino ad aprile di quest’anno, il governo di Roma ha dato a Kyiv 4,24 miliardi (lo 0,18% del nostro Pil). Di questi, peraltro, solo 3 miliardi sono stati destinati ad aiuti militari (lo 0,1% del nostro Pil), mentre 830 milioni sono stati aiuti umanitari. La Germania, per capirci, ha dato 29,93 miliardi, lo 0,7% del Pil tedesco (di cui ben 24,21 di aiuti militari). La Francia 7,91 miliardi, la Polonia 5,86. La Svezia ha donato 10,56 miliardi, la Norvegia 10,69, la Danimarca 11,03, l’Olanda 10,70. Il Regno Unito da solo ne ha dati 21,30. Solo la Spagna, con 2,28 miliardi, fa meno di noi tra i Paesi di grandi dimensioni e popolazione. Di che parliamo, quando diciamo che ci stiamo dissanguando per Kyiv?
L’Italia dunque si presenta tra una settimana al vertice Nato ad Ankara con punti di debolezza, ma anche qualche freccia al suo arco. La debolezza è che, oggettivamente, non siamo generosissimi negli aiuti all’Ucraina. Ma l’argomento che può spendere Giorgia Meloni è che il governo sta resistendo alle pretese demagogiche di Vannacci e della destra più radicale e filorussa, speculari a quelle del filorusso Giuseppe Conte leader dei 5S, che vorrebbero interrompere subito gli aiuti. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha scritto il primo luglio che l’Italia si starebbe opponendo a impegni finanziari degli alleati per la fornitura di armi a Kiev non solo per il 2026 ma anche per il 2027, e quindi sarebbe ancora in sospeso il relativo paragrafo della dichiarazione finale del vertice Nato, ma fonti di governo smentiscono, confermano anzi che Roma non smetterà di sostenere l’Ucraina e non si è mai opposta allo stanziamento di nuovi 70 miliardi europei per Kiev. La questione era solo se inserire la cosa o meno nella dichiarazione finale.
Insomma, non mettiamo tanti soldi, e certo non ci sveniamo; ma non smetteremo almeno formalmente di darli. Sappiamo anche però, dai dati del Kiel Institute, che in tutti i mesi finali del governo Draghi nostri aiuti erano schedati principalmente alla voce “aiuti militari”, mentre tutte le ultime allocazioni registrate sono alla voce “umanitari”. Gli aiuti militari sui singoli pacchetti di armi (avvenuti attraverso 12 decreti interministeriali dall’inizio della guerra) sono coperti dal segreto di Stato, ma tutto dovrebbe esser stato inquadrato come “sistemi antimissile e antidrone” (e in questo contesto rientrerebbe anche la fornitura dei sistemi Samp-T: uno di questi sarà tra l’altro proprio a protezione del vertice di Ankara). È come se si avesse pudore, nell’età di Trump e della propaganda più scatenata, a mandare aiuti a Kyiv ammettendo che all’Ucraina servono le armi, per difendersi da un’aggressione che avviene con le armi, non coi fiori.