la Repubblica, 3 luglio 2026
Intervista a Matteo Martari
Con quella faccia un po’ così, è diventato uno degli attori più richiesti, il re delle serie: da Non uccidere a Luisa Spagnoli da L’alligatore a Brennero, da Cuori a I bastardi di Pizzofalcone fino a Libera (la seconda stagione in autunno su Rai1), a Maschi veri. La sua battuta «Non ho capito» è diventata tormentone. Matteo Martari, veronese, 42 anni, alle spalle la scuola alberghiera, il lavoro come panettiere, a differenza della frase ironica che ripeteva nella serie Netflix, ha capito tante cose. La prima: «Che nella vita si fatica, ed è giusto così», che è un privilegio fare il lavoro che si ama e essere l’idolo del pubblico femminile «può essere divertente, ma conta altro». È uno dei protagonisti dell’Italian Global Series, la rassegna diretta da Marco Spagnoli: si apre oggi a Rimini e si svolgerà anche a Riccione fino all’11 luglio.
Prima di fare l’attore, fornaio: sveglia alle 2 e mezza di mattina, come ha vissuto quegli anni?
«È stata un’esperienza incredibile, forse anche perché l’ho fatta dai 17 ai 22 anni. Di notte una pace incredibile, è un modo di vedere la città tutto tuo. La cosa bella era dare qualcosa alle persone. Il pane è – così dovrebbe essere – sulle tavole di tutti. Acqua, farina, crei: trovavo una magia in quel lavoro».
Poi, però, è arrivata la moda: si è trasferito a Milano.
«Pochi agi intendiamoci, a Milano ho sempre fatto il cameriere. La fortuna è arrivata a un certo punto, quando, dai 27 ai 29 anni, ho lavorato tantissimo. Un sacco di servizi fotografici».
E il passaggio alla recitazione?
«Una cosa mia. La faccia mi ha aiutato a lavorare nella moda, ma mi dovevo raccontare una storia anch’io. A 30 anni sono entrato in Accademia, felice. I miei mi hanno assecondato e hanno dovuto mandare giù qualche boccone amaro. Ma sono stati forti. Li devo ringraziare veramente tanto».
Fare i provini, essere scelto tutte le volte non mina la sicurezza?
«E chi è sicuro? Vieni giudicato per quello che stai portando, bisogna essere solidi: “Matteo, non vai bene in relazione al personaggio, in questo progetto”. Dirselo è facile, gestire il rifiuto meno. Il no lavora sull’inconscio e la butti sul personale: non vado bene io».
Deve tanto alle fiction.
«Tutti bei racconti, ricordo A un passo dal cielo, che fu un grande successo, quel ruolo mi ha dato tanto. Sono stato fortunato per i personaggi, e perché ho collaborato con persone fantastiche che si preoccupavano della qualità dei progetti. La qualità è tutto».
Il successo cambia le cose?
«Lo definisco gratificazione secondaria, è determinato dall’apprezzamento del pubblico. La soddisfazione personale rappresenta, invece, la sfera di quello che puoi dare tu. Su quello che arriva da fuori non hai il controllo. Ma è bello se arriva».
Ha interpretato spesso uomini tenebrosi, con un lato oscuro: le piacciono?
«È bello raccontare anche quell’aspetto, la complessità. I personaggi fanno parte di un progetto più grande. Una volta che la storia ti ha solleticato qualche corda, a quel punto vedi cosa ti può fare paura. Esplori».
“Libera”, è giallo ma ha anche i toni della commedia: racconta il rapporto tra un pregiudicato alleato con la magistrata Lunetta Savino. Com’è andata?
«È nato un rapporto speciale tra me e Lunetta, è una persona ricca umanamente, sul set porta professionalità, conoscenza, è simpatica, brillante. Quando lavori con artiste cosi, è tutto in discesa. Mi sono trovato benissimo, anche il regista Gianluca Mazzella è anima nobile, lì è fortuna».
È stato fortunato anche con gli attori di “Maschi veri”, vi continuate a sentire?
«Con Pietro Sermonti, Francesco Montanari e Maurizio Lastrico siamo diventati amici, ci sentiamo spessissimo. Abbiamo portato il rapporto fuori dal lavoro. Sui set si crea questa magia, le persone vanno a sostituire gli affetti, attribuisci anche a loro un carico di responsabilità».
Chi sono i maschi veri?
«Quelli che sono capaci di chiedere, che non hanno paura di mostrarsi per quello che sono realmente, con le proprie fragilità: siamo questi. Non dobbiamo dimostrare niente».
E le donne vere?
«Vale lo stesso, per me. Amo quelle che sono sé stesse, con i pregi e i difetti, e che sanno chiedere scusa. L’orgoglio è una bestia terribile».
È l’idolo del pubblico femminile: che effetto fa essere considerato un sex symbol?
«No, non mi definisca così, non mi vedo così».
Vabbè, era per sintetizzare.
«Ma non ho questa immagine di me stesso. Mi fa piacere incontrare, da attore, persone che ho rallegrato, che si sono emozionate vedendomi in certi ruoli. È un lavoro, ma sono grato per l’affetto, noi attori dobbiamo qualcosa al pubblico».
Sa che sul web impazzano le ricerche sulla sua vita privata?
(Ride).«Lo so, forse perché non ne ho mai parlato. Immagino che meno si sappia, più si vorrebbe sapere. Continuerò così perché la mia sfera privata deve essere, appunto, privata. Diamo un senso alle parole».