Sette, 3 luglio 2026
Intervista a Luigi Di Maio
Ma Luigi Di Maio dov’è finito? Ci sono voluti mesi per convincerlo a fare questa intervista. Di Maio antisistema, poi al governo dell’Italia. Il primo Conte premier “inventato” con Salvini davanti alla macchinetta del caffè del Pirellone. Gli strappi dolorosi con Grillo, Fico e Di Battista. Il populismo rinnegato. Di Maio che perde tutto e riparte da Berlino. Luigi “il Freddo”, per 13 anni fisso sotto ai riflettori senza mai parlare di sé. E oggi accetta di farlo per 7. Per i suoi 40 anni, l’ex capo del M5S racconta la sua ascesa e caduta politica. Poi la rinascita, grazie alla famiglia. Siamo a Bruxelles, nel cuore della Commissione europea. Nel suo ufficio da rappresentante speciale per il Golfo Persico ci sono foto con Sergio Mattarella, Mario Draghi, re Carlo, emiri e leader arabi. Di Maio pesa ogni parola. Ma ora è sereno. E si toglie più di un sassolino dalla scarpa.
Lei ha guidato il M5S, primo partito d’Italia, arrivato al 32,7% cavalcando toni populisti. Oggi è qui, nel cuore del sistema, in un ruolo diplomatico prestigioso. Voltandosi indietro, cosa pensa?
«Che ogni esperienza è stata fondamentale. La sconfitta elettorale del 2022, quando persi tutto incassando lo 0,6% con Impegno civico, mi ha cambiato molto in positivo. Ricordo benissimo il 22 ottobre 2022, quando ho lasciato ad Antonio Tajani il mio tavolo al ministero degli Esteri: è stato il giorno in cui ho messo a fuoco quello che mi era successo».
Lei è fuori dalla politica italiana da ormai tre anni. Quanto le manca?
«Nel senso di essere protagonista, non mi manca. Ma la seguo con molta attenzione. Chi oggi è al centro della politica deve avere una grande capacità di mantenere sangue freddo».
In Parlamento dicono che lei sta lavorando per tornare. È pronto per le elezioni politiche?
«Sono romanzi fantasy, informazioni prive di fondamento. Dico solo che, per me, oggi sarebbe molto difficile dire le cose che, da opposizione, sostenevamo in campagna elettorale. Consiglio a tutti i partiti di andare a Palazzo Chigi. Perché solo quando governi fai i conti con la realtà».
Il 6 luglio compirà 40 anni. A 26 è stato il più giovane vicepresidente della Camera, due volte deputato, ha guidato tre ministeri, ora è pure professore al King’s College. In pochi accumulano tante cariche in così poco tempo. Chi è la persona a cui deve di più?
«Mia mamma, Paolina, mi ha sempre sostenuto. Anche nei momenti di massima conflittualità con mio padre Antonio, per le scelte che facevo. La svolta della mia vita è stata Alessia, il mio amore. Ho passato 35 anni provando a essere qualcuno per tante persone. Oggi quelle che contano sono tre: la mia compagna, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Oggi non mi chiedo più se sto facendo bene il ministro, ma se sono un buon padre».
Suo papà, già dirigente del Msi e poi di An, di certo i grillini non li digeriva...
«Oggi lo capisco: uno nato missino, con un figlio che stava con Beppe Grillo… Non è stato semplice. Poi papà, dal 2013, è stato sempre al mio fianco: mi ha votato e sostenuto. E non ha mai smesso di farmi i “cazziatoni”. Ricordo il primo comizio a Pomigliano, appena eletto deputato, in cui dissi che “Napolitano doveva ascoltare le nostre istanze”. Papà mi prese da una parte e mi disse: “Il presidente Napolitano... È il presidente della Repubblica, mica è tuo fratello”».
I suoi 40 anni in una sola parola?
«Velocità. È successo tutto velocemente, troppo. Dovrei paradossalmente ringraziare gli elettori per quello 0,6% che mi hanno dato. Il voto del settembre 2022 fu un bagno di realtà. Persi tutto. In un giorno feci gli scatoloni al ministero e pure a casa, perché io e la mia precedente compagna ci lasciammo. Volai a Berlino a trovare degli amici. Ero rimasto solo. Decisi di cambiare aria e lì incontrai Alessia, che era già stata candidata del M5S nel 2018, ma ci eravamo persi di vista per anni».
A 32 anni è diventato ministro e vicepresidente del Consiglio. C’è stato un momento in cui ha pensato che sarebbe potuto diventare premier?
«Sì, nel 2018, quando sfiorammo il 33% e Salvini aveva preso il 17%. Lo davamo per scontato».
Poi arrivarono i cento giorni di braccio di ferro. Una trattativa infinita per il “governo gialloverde”...
«Io e Salvini non riuscivamo a metterci d’accordo. Mi ricordo un pomeriggio al Pirellone. Matteo voleva che una parte del contratto con gli italiani si scrivesse a Milano, non solo a Roma. Proposi anche una staffetta tra me e lui. Poi davanti alla macchinetta del caffè, prendendo atto dell’impasse, decidemmo per la soluzione di Conte premier, raccomandata da Alfonso Bonafede».
I suoi avversari l’attaccavano con epiteti di ogni tipo: “Giggino, il bibitaro” su tutti. Nella prima fase aveva mostrato molti limiti. Come li ha superati?
«Ho incontrato le persone giuste, che mi hanno sostenuto. Già da vicepresidente della Camera mi sostenne molto Roberto Giachetti, che sulla carta era un avversario del Pd. E anche tutti i miei capi di gabinetto sono stati fondamentali. Ho sempre preso atto dei miei limiti. Alla Farnesina, ad esempio, facevo lezioni d’inglese la mattina presto, in maniera quasi martellante. Tre settimane dopo mi trovai a fare i bilaterali in inglese all’Onu, da ministro. Ho studiato, che fa sempre la differenza. Ora studio il tedesco, la lingua che Alessia parla con i bambini, e non può rimanere una lingua “segreta” per me».
Per anni, anche i suoi fedelissimi, la chiamavano “Luigi il freddo”. Pochi sentimenti, tanta politica. Riservato, quasi impenetrabile. Era una scelta o una difesa?
«Non sono cresciuto in una famiglia molto sentimentale. A casa erano molto importanti il valore delle regole, della correttezza e dell’educazione. Poi quello empatico era sempre stato Alessandro Di Battista, io semmai ero quello un po’ più “bacchettone”» (ride, ndr).
La cosa fatta con il M5S a cui tiene di più?
«Sicuramente il reddito di cittadinanza. Su questo non torno indietro. Però abbiamo peccato di troppo ottimismo. Andava fatto diversamente, con più controlli. Io ero profondamente convinto, da ministro del Lavoro, che quella misura servisse a liberare le persone in difficoltà dal ricatto e dalle prepotenze».
E quella di cui si è pentito?
«Quando volevamo fare i fenomeni».
Si riferisce al 27 settembre 2018, quando si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi per annunciare: «Abbiamo abolito la povertà»?
«Sì. Ma non ce n’era bisogno, perché avevamo approvato una misura per noi vitale, mantenendo una promessa fatta in campagna elettorale. Ma eravamo in una competizione talmente sfrenata con Salvini che facevamo a gara a chi la sparava più grossa. Ho imparato molto da quell’errore».
Nel maggio 2018 chiese addirittura l’impeachment del presidente Mattarella. Pentito?
«In realtà, in quei giorni, fu tutto molto veloce. Cercammo subito l’opportunità per vederci e proseguire con la costruzione del governo».
Cosa accadde in quell’incontro?
«Il presidente della Repubblica mi disse semplicemente: “Mettiamo da parte quello che è successo negli ultimi giorni e pensiamo al Paese”. Dimostrò ancora una volta di essere un grande uomo di Stato».
E di “Parlateci di Bibbiano” contro il Pd?
«Su questo no comment».
Con Roberto Fico, oggi governatore della Campania, vi siete rivisti dopo tre anni, a Napoli… Lui fu durissimo quando lei fece la scissione dal M5S.
«Ci siamo salutati. Almeno da parte mia non c’è mai stato un fatto personale. Roberto è uno che ha cominciato prima di tutti nel Movimento. Ha sempre creduto nelle sue battaglie, anche quando all’inizio andava contro un muro».
Cosa è rimasto oggi del Luigi del “Vaffa Day”?
«Non ho mai perso la voglia di cambiare le cose. Però ho capito che per riuscirci dobbiamo farlo attraverso le istituzioni, non combattendole».
E con Beppe Grillo da quanto non vi sentite?
«Mi ha fatto gli auguri per mio figlio».
Cosa prova verso il fondatore?
«Beppe era già conosciuto da trent’anni quando ha fondato il M5S e ha dato a tutti noi una grande opportunità. Di questo gli sono grato. Quello che non mi è piaciuto per niente è stato che, dopo il 2022 e il mio 0,6%, abbia iniziato a fare spettacoli contro di me. Sono stato costretto a rispondergli pubblicamente. Non avrei voluto ricordargli che prendeva 300mila euro di consulenza dal partito e da Conte. Quella cosa fu l’inizio della sua fine».
E con Alessandro Di Battista, eravate inseparabili?
«Mai più sentito. È finito tutto con il mio appoggio a Draghi».
Giuseppe Conte, nella sua biografia, le ha dato del traditore senza giri di parole.
«Conte deve realizzare che ha vinto tutto con me, mentre io ho perso tutto. Il giorno in cui capirà questa cosa sarà in pace con me. E magari smetterà di continuare a nominarmi».
Potrebbe fare il premier per la terza volta?
«Non è un fatto che mi riguarda. L’unico augurio che faccio all’Italia è che chiunque vinca le prossime elezioni resti al governo per cinque anni. Gli italiani devono poter giudicare dopo un mandato intero. Io ho fatto tre volte il ministro in quattro anni e mezzo perché sono caduti tre governi».
Si dice che lei debba molto a Mario Draghi.
«Durante il suo governo, il presidente ha mantenuto la parola sulle due cose che gli avevamo chiesto: mantenere il reddito di cittadinanza e fondare il ministero della Transizione ecologica, con Cingolani».
Alle ultime Europee chi ha votato?
«Non glielo dico. È uno dei vantaggi di non fare più in politica».
Che giudizio dà di Giorgia Meloni premier?
«Lo do sulla politica estera, vista dai Paesi arabi. Un governo così longevo dà stabilità all’Italia, non solo per i mercati, ma garantisce credibilità e solidità nei rapporti con i Paesi esteri, consentendo di concretizzare accordi e obiettivi».
Il momento più delicato da ministro degli Esteri?
«La missione in Russia, una decina di giorni prima dell’invasione dell’Ucraina. Furono i giorni del glaciale faccia a faccia tra Putin e Macron, quello con il tavolo lungo venti metri. Arrivai a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri Lavrov. Prima feci un briefing diplomatico con l’ambasciatore Giorgio Starace. E poi quello militare con l’addetto alla Difesa: si chiamava Roberto Vannacci, proprio lui. Mi illustrò i tre scenari. Putin avrebbe potuto invadere Donetsk e Lugansk, spingersi fino al fiume Dnipro oppure puntare fino a Kiev».
L’ipotesi giusta era la terza, la peggiore...
«E l’Europa lo ha impedito».
Qual è l’abitudine del ragazzo di Pomigliano che il diplomatico non è ancora riuscito a togliersi?
«Pensare in napoletano. Per i primi sette anni della mia vita sono cresciuto con i miei nonni materni, che parlavano in dialetto stretto. Ancora oggi, nei momenti di stress, questa cosa mi aiuta molto. Ed è un piacere».
Qual è il giorno in cui si è sentito più solo?
«Quando ho dovuto decidere di fare il primo governo. È paradossale. Ma fu la prima volta in cui portai i Cinque stelle dentro una coalizione di governo, con la Lega, una cosa inimmaginabile. Il problema non era Conte. In quel primo esecutivo, senza offendere nessuno, lui era l’amministratore delegato di una società in cui gli azionisti eravamo io e Salvini. Fui ingenuo, perché con il capo della Lega credevo di avere un rapporto personale».
Qual è l’ultima volta che ha avuto paura?
«Quando mio padre è stato operato per un tumore. La paura di perdere una persona cara è terribile. Per questo devo ringraziare la sanità pubblica di Napoli».
E l’ultima che ha pianto?
«Quando è nato Gabriel. Ho assistito al parto e non ho avuto il coraggio di piangere davanti ad Alessia. Ma nello spogliatoio sono scoppiato a piangere davanti allo specchio».
È mai stato sulla tomba di Casaleggio, al cimitero Monumentale di Milano?
«Non ci sono mai stato. Ma la sua morte mi fece sentire perso. Io non sono mai stato allievo di Grillo, ma di Casaleggio, sono stato sempre in sintonia con lui».
Sicuro-sicuro che non torna a Roma?
«Io vivo tra Bruxelles e Berlino. E visto che questa intervista è diventata pure una seduta psicologica, adesso mi scusi perché devo volare là, dalla mia famiglia».