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 2026  luglio 03 Venerdì calendario

Intervista a Matilde Gioli

Matilde Gioli ha raggiunto la grande popolarità con «Doc-Nelle tue mani». È lei la madrina di Italian Global Series, al via a Rimini e Riccione. «Io non trovo il termine madrina offensivo, come ha detto qualcuno. L’hanno fatto fior di attrici». Milanese, 36 anni, dice di aver «conquistato la serenità». È tosta, ha vissuto il dolore mentre suo papà Stefano si ammalava gravemente, girando il suo debutto, «Il capitale umano» di Virzì. Ma non conosce le nevrosi di tante sue colleghe.
Come si descrive?
«Sono alla mano, sui set mi adatto ai pasti e al camerino freddo o caldo, che sono le cose su cui i colleghi fanno più storie».
Cosa ricorda di quel primo set?
«Ero completamente anestetizzata, non pensavo che papà sarebbe morto di lì a poco. Rimuovevo il pensiero e mi concentravo su quello che dovevo fare. È stato Paolo Virzì a cambiarmi il cognome, da Lojacono a Gioli che è quello di mia madre da nubile, livornese come lui. Forse, nell’inconscio, il mio sì era anche un modo di richiedere della privacy rispetto al rapporto di amore che avevo con mio padre, volevo che fosse una cosa soltanto mia».
Come ha cominciato?
«Per caso, accompagnando mio fratello a basket, nella sala accanto Paolo faceva i provini. Prima, avevo solo fatto l’albero a una recita scolastica».
Aiutava sua madre con suo fratello.
«Ne ho tre. Siamo una famiglia numerosa. Da piccola c’era il rito di vedere due serie, che tuttora riguardo, “Il tenente Colombo” con Peter Falk e il suo iconico impermeabile, e “La signora in giallo” con Angela Lansbury, detective dilettante che si trovava ovunque moriva qualcuno».
Come ha convissuto col dolore?
«È uno spartiacque, c’è un prima e un dopo. Ne ho avuto un altro, rischiando la paralisi per un incidente a nuoto sincronizzato».
In che fase si trova?
«Fino a pochi anni fa era come se fossi rimasta un’eterna adolescente, con scelte sbagliate, sopra le righe. Ero combattiva, contro cosa non lo sapevo. Praticavo sport estremi, la montagna è il mio luogo dell’anima, facevo dislivelli di 3000 metri, tornando al buio su strade improbabili. Era un modo di sfidare il dolore. Ora ho più rispetto della vita, e la pace dentro di me. La vita per me è nella natura, lì mi rispecchio. Il dna dei miei avi, pittori macchiaioli che dipingevano casali, prati fioriti e cavalli, mi ha forgiata. Ho anche i miei cavalli e amo le giornate all’aria aperta. Mi hanno aiutata a ridurre la mia frenesia assieme alle sedute di psicoanalisi».
Perché «Rischiatutto» in tv, con lei e Fazio, non andò bene?
«Non lo so. Ero attrice da poco, c’era l’idea di rifare Mike Bongiorno e Sabina Ciuffini, le dinamiche dell’auditel sono complesse, forse non era il momento di riproporre un quizzone come quello».
Qual è il suo film che l’ha segnata?
«I moschettieri del re di Giovanni Veronesi, per le risate durante le riprese, c’era il servo muto che in battaglia veniva ucciso e lui a pranzo si appoggiava sulle frecce conficcate nel petto, le usava come vassoio. Poi lì è esploso il mio amore per i cavalli. Ne ho due, Nadador e Cricchetto».
Si fanno capire?
«Eccome, se ho una indecisione o commetto un errore, mi danno un morsetto. È un dialogo immediato, senza filtri, imparo tanto da loro. Ero iperattiva e pasticciona, con loro devo essere calma e non alzare mai la voce. Ho portato nella vita queste cose».
Il cinema è ancora maschilista?
«Un pochino sì, ma lo è molto meno che in passato. Io ho vissuto due momenti spiacevoli, la prima volta l’ho pagata perché il progetto non andò avanti, la seconda ho chiarito come stavano le cose e sono tornata sul set. La situazione per noi donne è migliorata, abbiamo tanti bei ruoli».