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 2026  luglio 02 Giovedì calendario

Quota 6.000 miliardi: la montagna di risparmi che non produce ricchezza

Seimila miliardi di euro. È la cifra che le famiglie italiane custodiscono complessivamente in strumenti finanziari: conti correnti, titoli di Stato, azioni, fondi, polizze assicurative. Un patrimonio colossale, che secondo l’elaborazione di dati su statistiche Banca d’Italia, ha superato per la prima volta questa soglia nel 2024, con un incremento di oltre 249 miliardi rispetto all’anno precedente. Eppure questo denaro, nella sua parte più consistente, non lavora, diciamo che riposa. E nel frattempo, inesorabilmente, perde valore. La storia del risparmio italiano è sempre stata una storia di prudenza lodata ma che nel tempo si è trasformata in un costo occulto difficile da vedere. Per capirla non basta sapere quanti soldi mettiamo da parte, ma come li gestiamo una volta che li abbiamo messi al sicuro.
Partiamo da un dato che a prima vista sembra rassicurante e che non cessa di stupire i nostri partner europei: gli italiani sono, secondo i dati Eurostat relativi all’ultimo trimestre del 2025, i maggiori depositanti d’Europa in termini di quota di denaro lasciata ferma sui conti correnti e depositi bancari.
Nessun altro Paese tiene così tanta liquidità parcheggiata senza renderla produttiva. Ma il primato che spesso viene citato come segno di virtù il solito “siamo un popolo di risparmiatori” si è trasformato in un’abitudine che oggi produce costi non più sostenibili. Parcheggiare i soldi su un conto corrente non è risparmio nel senso pieno della parola, è più simile ad avere un campo fertile e lasciarlo incolto: la terra c’è, la pioggia cade, ma il raccolto non arriva mai. Sui conti correnti delle sole famiglie italiane giacciono oltre 1.150 miliardi di euro, secondo le elaborazioni FABI. È una montagna di denaro cresciuta durante la pandemia, quando con i negozi chiusi e i viaggi sospesi le famiglie accumulavano liquidità come forma di difesa. Poi è arrivata l’inflazione del biennio 2022-2023, che ha fatto salire i prezzi ben oltre il 10%, e quei risparmi si sono in parte assottigliati perché le famiglie hanno dovuto attingere alle riserve. Ma la tendenza di fondo è rimasta intatta: appena l’inflazione si è calmata, la liquidità ha ripreso a crescere. Il problema è che l’inflazione, anche quando resta sotto controllo, continua a erodere silenziosamente il potere d’acquisto: se i prezzi salgono del 2% annuo e i risparmi non rendono nulla, chi ha 10.000 euro sul conto corrente dopo dieci anni avrà ancora 10.000 euro nominali, ma quegli stessi soldi varranno come 8.200 euro di oggi. Non è una perdita visibile non arriva come una bolletta o una multa comparendo con il segno “meno” nel bilancio familiare ma è reale e inesorabile.
Di fronte ai tassi d’interesse tornati a salire, una parte delle famiglie ha riscoperto i titoli di Stato: secondo la Relazione annuale di Banca d’Italia sul 2024, nel triennio 2022-2024 le famiglie hanno acquistato titoli pubblici italiani per un valore netto di circa 196 miliardi di euro, un livello che non si vedeva da decenni. Quando lo strumento è semplice e ben comunicato, l’italiano medio è disposto a fare un passo oltre il conto corrente lo ha dimostrato il successo dei BTP Valore. Tuttavia anche qui c’è un limite: il titolo di Stato finanzia il debito pubblico, non direttamente le imprese. Chi compra BTP presta denaro al governo, non all’economia produttiva. È un investimento legittimo e anche utile, ma che da solo non basta a sostenere l’innovazione e creare posti di lavoro.
IL NODO
In Germania e in Francia, storicamente, quote importanti del risparmio vengono canalizzate in fondi pensione privati, in azioni di imprese, in strumenti diversificati che nel tempo hanno prodotto rendimenti reali significativi. Il Governatore Fabio Panetta, nelle Considerazioni finali della Relazione annuale 2025 di Banca d’Italia, ha messo il dito su una debolezza strutturale che riguarda l’intera Europa ma in Italia è particolarmente acuta: la «difficoltà nel trasformare l’elevato risparmio in investimenti produttivi, da cui dipendono innovazione, competitività e crescita di lungo periodo».
Perché gli italiani non investono? Le ragioni sono diverse e, in qualche misura, tutte comprensibili. C’è la sfiducia storica maturata attraverso crisi bancarie e scandali finanziari molto pubblicizzati sui media. C’è la scarsa alfabetizzazione finanziaria: le decisioni di investimento richiedono infatti competenze tecniche, capacità di valutazione del rischio e una comprensione adeguata dei mercati finanziari. E c’è la struttura del mercato bancario italiano, che ha avuto storicamente scarso interesse a orientare i clienti verso prodotti più redditizi ma più complessi da gestire. Occorrerebbe però una inversione di rotta. L’Italia ha un debito pubblico che supera il 135% del prodotto interno lordo e una crescita economica che nel 2025 si è fermata allo 0,5%. In questo contesto, mobilitare i risparmi privati verso investimenti produttivi non è solo una questione di interesse individuale, ma quasi una questione nazionale. Il paradosso italiano in fondo è tutto qui: uno dei Paesi più ricchi d’Europa sul piano della ricchezza privata fatica a trasformare quella ricchezza in crescita economica. Ogni miliardo che rimane parcheggiato senza produrre valore rappresenta non solo un rendimento mancato per chi lo possiede, ma anche un’opportunità perduta per il Paese.