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 2026  luglio 02 Giovedì calendario

Euro digitale: il denaro diventa un’infrastruttura

C’è sempre un momento nella storia di ogni grande progetto, dallo smartphone all’auto elettrica, dal GPS alle piattaforme di streaming, in cui questo smette di essere una scommessa e diventa realtà. Per l’euro digitale quel momento è arrivato il 23 giugno scorso, quando la Commissione per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo ha adottato con 43 voti favorevoli, 14 contrari e un astenuto il proprio mandato negoziale sul Regolamento che istituirà la moneta digitale della Banca centrale europea. Non è ancora il sì definitivo: quello arriverà, salvo sorprese, nella sessione plenaria del Parlamento europeo di luglio, quando voteranno tutti i 720 deputati. Ma a Bruxelles, nei corridoi dove i funzionari parlano senza filtri, nessuno dubita più dell’esito. Il dossier andrà avanti, il trilogo la trattativa tecnica tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea si aprirà nelle prossime settimane sotto la guida della presidenza irlandese, che detiene il timone del Consiglio dell’Unione europea fino a dicembre 2026, e l’obiettivo dichiarato da tutti i protagonisti è chiudere il regolamento definitivo entro la fine dell’anno.
Una scadenza che non è semplicemente politica. La Banca centrale europea ha costruito i propri piani tecnici attorno a quella data, e ogni ritardo si trasforma in mesi perduti su un progetto che richiede anni di sviluppo prima di arrivare nelle tasche dei cittadini.
Per capire perché il voto del 23 giugno sia così significativo, bisogna tornare indietro di qualche mese e ricordare quanto il percorso parlamentare fosse sembrato, per un lungo periodo, pericolosamente incerto. Quando Fernando Navarrete Rojas, eurodeputato spagnolo del Partito popolare europeo, aveva assunto nel dicembre 2024 il ruolo di relatore del dossier le premesse non erano incoraggianti. La sua prima bozza di relazione, presentata in commissione nel novembre 2025, non rigettava esplicitamente l’euro digitale, ma ne ridisegnava l’architettura in modo radicale: la versione online doveva partire solo se il mercato privato non fosse riuscito a costruire una rete europea di pagamenti autonoma, mentre l’immediato si limitava alla funzione offline.
In pratica, Navarrete rimandava all’infinito la parte più corposa del progetto, condizionandola a una verifica preventiva che avrebbe potuto durare anni. La reazione in commissione fu immediata e trasversale. Socialdemocratici, liberali, verdi e sinistra gruppi politici che raramente si trovano allineati su tutto attaccarono la proposta con argomenti simili: l’Europa aveva già aspettato vent’anni lo sviluppo di soluzioni private, e il risultato era che per ogni pagamento con bancomat o carta, da Roma a Parigi, da Berlino a Lisbona, il denaro transitava attraverso infrastrutture americane.
L’isolamento politico del relatore divenne evidente nei mesi successivi. A marzo 2026 Navarrete fece un passo indietro e accettò di rivedere la propria posizione, riconoscendo implicitamente che la sua bozza originaria non aveva la massa critica per passare. Il compromesso che ne è uscito, e che il 23 giugno ha ottenuto quella maggioranza larga e trasversale, è in diversi passaggi persino più ambizioso della proposta che il Consiglio aveva già approvato: le garanzie sulla privacy sono state rafforzate ulteriormente e il testo impone test pilota e verifiche di sicurezza informatica prima di qualsiasi emissione. Dietro il dibattito politico e istituzionale è però lecito domandarsi perché un cittadino europeo dovrebbe usare l’euro digitale quando già oggi può pagare con una carta o con un’applicazione sul telefono. La risposta è che l’euro digitale promette di combinare i vantaggi del contante con quelli dei pagamenti elettronici. Come una banconota, sarebbe infatti moneta pubblica emessa direttamente dalla banca centrale e non una passività di un intermediario privato. Come un pagamento digitale, potrebbe essere trasferito in pochi secondi da una persona all’altra o utilizzato per acquistare beni e servizi online.
Ci sono poi alcuni aspetti pratici che lo distinguono dagli strumenti attuali. Il primo è la possibilità di effettuare pagamenti anche offline, senza connessione a internet, semplicemente avvicinando due dispositivi compatibili. Una funzione che potrebbe rivelarsi utile non soltanto in aree con scarsa copertura di rete, ma anche in caso di guasti o interruzioni temporanee dei sistemi di comunicazione. Il secondo è l’accessibilità. L’architettura prevista dal regolamento punta infatti a garantire che l’euro digitale possa essere utilizzato anche da chi non dispone di un conto corrente tradizionale o non ha particolare familiarità con le tecnologie più avanzate, grazie a carte o dispositivi dedicati.
Infine c’è il tema dei costi e della concorrenza. Oggi gran parte dei pagamenti digitali europei passa attraverso infrastrutture sviluppate fuori dall’Unione europea. L’obiettivo dell’euro digitale non è sostituire queste soluzioni, ma affiancarle con un’alternativa pubblica europea, capace di aumentare la concorrenza e rafforzare la resilienza complessiva del sistema. In altre parole offrire una scelta in più ai cittadini e agli esercenti, riducendo al tempo stesso una dipendenza che negli ultimi anni è diventata sempre più evidente. Se tutto procederà come previsto l’euro digitale potrebbe arrivare nelle mani dei cittadini entro il 2029. Quella che a lungo è stata una incerta promessa è diventato un cantiere aperto e in piena attività.