repubblica.it, 2 luglio 2026
Intervista a Rita Pavone
«Più che un fuoco sacro, fu un gran febbrone». Rita Pavone aveva 14 anni, debuttava al Teatro Alfieri di Torino in Buongiorno marziani, e l’emozione la spedì a letto, malata, per un’intera settimana. «Per la prima volta mi esibivo davanti a un pubblico diverso da quello, viziato, dei parenti: la genuinità, e il fragore, degli applausi mi emozionarono tantissimo». Da allora non ha più fatto a meno del palco, «una malattia meravigliosa da cui non si guarisce». Inizi a teatro, a Torino, poi in tv come attrice di Il giornalino di Gian Burrasca, e infine anche il cinema e la musica: una carriera internazionale che l’Italian Global Series (3 – 11 luglio) omaggerà domani a Rimini, col Maximo Excellence Award.
Un po’ marziana, in fondo, lo è davvero?
«Effettivamente fuori dal mondo mi ci sono sentita, perché ho fatto cose che altri non hanno mai raggiunto, come cantare e recitare in Paesi dove si lavorava in una modalità sconosciuta in Italia».
Con Gian Burrasca fece stragi di cuore… tra le ragazze.
«Quando mi incontravano dal vivo le poverine ci rimanevano malissimo: non solo scoprivano che avevo 19 anni, e non dieci, ma non ero nemmeno un maschio! Ricordo che mi rimase la mania di sedermi con le gambe aperte. A Studio Uno, Antonello Falqui mi urlava: “Chiudi queste gambe!"».
Soffriva di essere così credibile nei panni di un ragazzo?
«A 16 anni ero l’unica in classe piatta come un’asse da stiro. Iniziai ad essere assalita dal dubbio di essere davvero un maschietto. Intuii che non era così quando vedendo William Holden senza maglietta in Picnic ebbi un sussulto: lì ho capito che i miei ormoni funzionavano. Avrò rivisto quel film 17 volte. Mi spaventava un po’ trasformarmi in un maschio per Gian Burrasca ma Lina Wertmüller mi disse: “Se vuoi recitare devi essere credibile in qualsiasi personaggio. Poi tranquilla: tornerai te stessa”. Mi promise che nel prossimo film mi avrebbe resa bellissima e fu così, in La zanzara».
Si piace fisicamente?
«Sì. E in tanti mi facevano il filo. Dicevano: “Rita non è bellissima ma c’ha qualcosa...”. Le parlo di star, i cui nomi si sapranno forse solo dopo la mia morte. Io da brava signora manterrò il segreto anche perché erano dei galantuomini: avevano capito che il mio cuore era altrove e si accontentarono di restare amici».
Mai tradito Teddy Reno?
«Mai. Lui era la persona giusta per me e insieme ci siamo divertiti come pochi al mondo. Ci criticavano per i 19 anni di differenza ma io non li ho mai sentiti. Oggi Teddy ha 100 anni e momenti di difficoltà, a volte non ricorda le cose, ma resta grandioso. Sono felice di aver lottato contro tutto e tutti, papà compreso, che criticavano il nostro amore. Sapevo che sarebbe durata e così è stato».
A luglio compirà 100 anni: come festeggerete?
«Tra noi, in privato: voglio che l’immagine di mio marito resti quella che la gente ricorda».
Si sente pronta ad affrontare il mondo senza lui accanto?
«Non lo so. So solo che ho due figli meravigliosi accanto, che mi regalano tante gioie. E poi non è detto: la vita è strana, chi garantisce che non possa morire io prima? Preferisco non crucciarmi e lasciare fare al buon Dio. Qualsiasi cosa accada ho trascorso la vita con la persona con cui volevo invecchiare».
A un certo punto, nel 2006, si ritirò dalle scene. Poi cos’è successo?
«Renato Zero mi chiamò per avermi al concerto dei suo 60 anni. “Tu fai parte della mia vita. Non ti preoccupare, andrà benissimo”, mi disse. Avevo paura: ormai cantavo solo sotto la doccia. Chiesi consiglio ai miei figli: secondo loro dovevo accettare perché “Zero fa parte della tua vita, glielo devi”. Decisi di entrare a schiaffo, senza presentazione.Alle prime note di Cuore erano già tutti in piedi. Andò bene, mi sentii al posto giusto. Quindi, perché lasciare?».
Ha sempre fatto come voleva?
«Sono un’insicura ma ho avuto la fortuna di incontrare persone molto preparate, che credevano in me e mi dicevano: “Questa cosa la farai benissimo” facendo scattare in me il desiderio di non deluderli, come il teatro con Franco Branciaroli. A volte hai bisogno che qualcuno creda in te per poterlo fare anche tu».
Torino invece non seppe cogliere il suo talento. Perché?
«Io e la mia città purtroppo non ci siamo capite. Non comprendevano perché una ragazzina cantasse brani adulti. Ci rimasi male. Roma invece mi aprì subito le porte. Non era un viaggio da poco per la mia famiglia: papà dovette usare i soldi messi da parte per il frigo nuovo dicendo: “Spero che la vita di mia figlia valga almeno un frigo"».
Chi è oggi Rita Pavone?
«C’è una donna grintosa che si chiama Pavone e sul palco torna quarantenne. Poi c’è Rita, una signora di 80 anni, riservata, che ama stirare, fare giardinaggio e conduce una vita in Svizzera, immersa nella natura. Il loro segreto? L’una non si stanca mai dell’altra». —