repubblica.it, 2 luglio 2026
Niente più raccoglitrici di alghe a Taiwan
Le chiamano Hainu, le “donne del mare”. Per secoli hanno sfidato le onde lungo la costa orientale di Taiwan per raccogliere i “fiori di pietra”, un’alga rossa da cui si estrae l’agar-agar. Oggi, nel piccolo villaggio di Magang, ne sono rimaste appena quattro. Hanno tutte più di 70 anni ma continuano, giorno dopo giorno, a sfidare il mare. Ma quando non avranno più la forza di farlo, rischia di scomparire con loro una tradizione secolare che nessuno sembra disposto a raccogliere.
I giovani taiwanesi preferiscono vivere in città, piuttosto che nel remoto nord-est dell’isola. Una scelta che Wu Feng-chiao, 72 anni, fatica a comprendere visto che da quando è adolescente continua ad affrontare con calma le onde che si infrangono su di lei. “Ma per quanti anni potremo ancora andare avanti?”, si chiede parlando con i giornalisti dell’Afp. “Speriamo davvero che i giovani tornino e raccolgano il testimone. Non vogliamo che questa tradizione scompaia”.
A differenza delle celebri Haenyeo sudcoreane, le Hainu taiwanesi non praticano immersioni in apnea. Lavorano a pochi metri dalla riva, muovendosi tra scogli scivolosi e onde improvvise per raccogliere a mano il Gelidium, l’alga conosciuta localmente come “fiore di pietra”. È una pratica che risale al periodo della colonizzazione giapponese e che Wu ha imparato grazie al padre: riconoscere le alghe che crescono intorno ai grandi massi, capire quando un’onda sta per arrivare e spostarsi in tempo per evitarla, lavorare le alghe raccolte.
“È un lavoro duro. La parte più difficile è riportare indietro le alghe: sono pesantissime e poi le spalle fanno male”, racconta la donna. Sulle sue spalle esili può trasportare fino a 20-25 chili camminando sugli scogli scivolosi. Una volta rientrata, Wu e le altre donne stendono le alghe al sole, le ripuliscono dalle impurità e le lasciano essiccare per quasi quattro giorni. Seguono diversi lavaggi e una lunga bollitura, dalla quale si estrae l’agar-agar, la sostanza gelatinosa utilizzata in cucina e nell’industria alimentare.
Da 300 grammi di alghe, raccontano le donne, vengono prodotte una cinquantina di bottiglie di una bevanda rinfrescante a base di agar-agar, vendute a poco più di 1,14 euro. Ridotto in polvere, invece, viene usato in cucina come un gelificante naturale vegetale molto usato nella cucina asiatica e noto in Giappone come kanten.
Ma il futuro di questa tradizione è minacciato non solo dal calo demografico o dalla riluttanza delle nuove generazioni. A causa del cambiamento climatico e del sovrasfruttamento le alghe stanno diventando sempre più rare. “Quest’anno erano particolarmente scarse”, ha commentato Wu. Anche il piccolo villaggio delle Hainu è a rischio. Gli imprenditori edili stanno edificando nuove abitazioni lungo la costa anche se i pochi abitanti rimasti cercano di resistere.
Nel 2018, gli abitanti hanno fondato la Sandiaojiao Cultural Development Association per preservare le tradizionali case in pietra di Magang e mantenere viva la tradizione delle Hainu. L’associazione fa tutto il possibile per cercare di tutelare il patrimonio storico del villaggio e proteggere la zona dall’inquinamento e dalla produzione eccessiva. Ma Wu Feng-chiao sa bene che questo non basterà se dopo loro quattro non ci saranno più giovani donne pronte a raccogliere questa eredità. “Quando ce l’hai nel sangue, è naturale voler imparare, no?”, si chiede la donna pensando ai ragazzi della sua isola.