la Repubblica, 2 luglio 2026
Frida Kahlo, la famiglia accusa:“È un’artista, non un brand”
C’è qualcosa che non va, quando l’artista diventa più celebre della propria arte, specie se viene sfruttato come un brand, un marchio da pubblicizzare e da vendere. È la polemica lanciata dalla pronipote di Frida Kahlo, la grande pittrice messicana scomparsa in povertà nel 1954 ma trasformata nel corso del tempo in un’icona del femminismo, dei diritti Lgbtq e della sinistra mondiale. «La commercializzazione della sua immagine è diventata esagerata», accusa Cristina Kahlo. «Il suo nome – dice al Times di Londra – non appartiene più a lei e alla nostra famiglia».
Sembra appartenere, in effetti, al marketing: si possono acquistare braccialetti, orologi, candele profumate, cuscini, scarpe da ginnastica, capi d’abbigliamento, custodie per telefonino, bottiglie di tequila e perfino assorbenti igienici chiamati Frida Kahlo, per tacere della Frida Kahlo Barbie, la bambola prodotta dalla multinazionale di giocattoli Mattel, in vendita a 30 dollari su Amazon, e delle Frida Kahlo Residences, appartamenti di lusso ispirati ai suoi caratteristici quadri, in vendita a Miami a un prezzo fra mezzo milione e un milione e mezzo di dollari.
L’accusa della pronipote coincide con Frida: the Making of an Icon (Frida: la creazione di un’icona), la mostra recentemente inaugurata alla Tate Modern nella capitale britannica, battendo tutti i record per il numero di biglietti ordinati in prevendita e prevedendo di battere anche le 733 mila sterline guadagnate dal gift shop del museo in occasione del precedente show dedicato a Kahlo nel 2005. Ma nemmeno l’esibizione alla Tate è esente da critiche: «Che delusione, addirittura che inganno», scrive il Financial Times, «una personale dedicata a Kahlo che contiene soltanto 24 delle sue opere, e ben pochi dei suoi capolavori, in mezzo a duecento illustrazioni e testimonianze della sua identità politica». In sostanza, anche questa è un’accusa di sfruttamento commerciale dell’artista a discapito dell’arte. Certo, la politica ha avuto un ruolo importante nella vita di Frida Kahlo, sposata con il più politicamente impegnato fra gli autori di murales messicani, Diego Rivera, amante del rivoluzionario bolscevico russo in esilio Lev Trotskij, lei stessa ardente militante e femminista ante litteram. E neppure i record quantificabili in denaro rappresentano una novità nel suo curriculum: nel novembre scorso, quando El sueño (Il sogno) è stato venduto all’asta da Sotheby’s a New York per 42 milioni di dollari, Kahlo ha superato di gran lunga la cifra più alta mai pagata per un quadro di un’artista di sesso femminile, stabilito da Georgia O’Keeffe nel 2014 con 28 milioni di dollari.
«Ma quando è troppo, è troppo», commenta la sua biografa Hayden Herrera, concordando con la pronipote. «Frida aveva un gran senso dell’umorismo, alcune delle iniziative commerciali che portano il suo nome magari l’avrebbero divertita, come le magliette o le candele. Ma la Barbie, la sezione di prodotti a lei dedicata su Amazon? Tutto questo l’avrebbe disgustata. Era un’artista radicalmente progressista. Non avrebbe voluto che il suo nome diventasse un brand sfruttato dalle grandi corporation per fare un sacco di soldi».
Alla diffusione dell’icona hanno certamente contribuito Frida, il film biografico del 2002 con cui Salma Hayek, interpretandola, è diventata la prima attrice messicana candidata a un Oscar; e l’interesse di Madonna: innamorata dei suoi quadri, ne ha comprati molti dei più noti (rifiutando poi di prestarli alla Tate per la mostra). L’accusa lanciata da Cristina Kahlo, tuttavia, mette il dito sulla piaga della commercializzazione “esagerata” di fenomeni culturali. Riaprendo il dibattito: conta di più l’artista o la sua arte?