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 2026  luglio 02 Giovedì calendario

Gli Usa: “Teheran denuclearizza”. Primo sblocco degli asset congelati

Dopo gli scontri che nei giorni scorsi avevano fatto temere una nuova escalation nel Golfo, la diplomazia riparte da Doha, in Qatar: dove ieri i negoziatori americani e iraniani hanno avuto colloqui sì, ma indiretti. Avvenuti, cioè, tramite i mediatori qatarioti e pachistani. «Meeting molto positivi. Li abbiamo colpiti duramente per tre notti ma ora siamo in ottimi rapporti», ha esultato Donald Trump, affermando pure che «la denuclearizzazione dell’Iran procede bene». Gli ha fatto eco il vicepresidente JD Vance subito dopo: «È presto per fare valutazioni, ma i colloqui stanno effettivamente andando bene».
In realtà i colloqui, cui hanno partecipato il genero del presidente Usa Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff – che hanno incontrato il primo ministro del Qatar Mohammed Al Thani, come ha fatto pure il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi – si sono concentrati soprattutto sul come raggiungere un accordo sul flusso di navi che attraversano lo Stretto di Hormuz e garantire un cessate il fuoco duraturo. Almeno secondo quanto riferito al New York Times da fonti a conoscenza diretta delle discussioni.
Una soluzione particolarmente gradita ai Paesi del Golfo potrebbe somigliare a quella applicata nello Stretto di Malacca – il corridoio marino tra la penisola malese e l’isola indonesiana di Sumatra che collega l’Oceano Indiano al Pacifico – dove le navi non pagano pedaggi diretti, ma Stati e organizzazioni internazionali danno contributi “volontari” ai paesi che lo gestiscono (Malesia, Singapore e Indonesia).
Ieri Trump ha insistito: «L’Iran ha più da guadagnare da un accordo nucleare rispetto a quanto potrebbe ottenere da eventuali pedaggi nello Stretto». E un funzionario ha spiegato ad Axios che «c’è un’intesa per mantenere la calma nella prossima settimana, così da lavorare in modo produttivo sugli aspetti cruciali del memorandum, senza missili che volano», aggiungendo che questi incontri aprono la strada a colloqui più strettamente tecnici, anche se l’opzione muscolare non è fuori dal tavolo: «Il presidente è stato chiaro, ogni volta che gli iraniani sparano, noi risponderemo con forza e su obiettivi che peggiorano la loro posizione a Hormuz». Ma intanto – scrive il Wall Street Journal – il presidente ha anche detto ai suoi collaboratori più stretti di essere pronto a prolungare i negoziati con l’Iran ben oltre la scadenza di 60 giorni che scade il 18 agosto.
Se gli Stati Uniti premono sul dossier nucleare, l’Iran insiste però anche su nodi differenti. Prima di discutere di nucleare, vuole implementare gli altri punti del memorandum: a partire dallo sblocco dei suoi beni congelati in diversi Paesi del mondo, ponendo come prioritaria – lo dice al Arabiya – il passaggio degli asset alla banca centrale iraniana. Secondo il quotidiano egiziano Al-Hadath, sarebbe stato per ora raggiunto un accordo preliminare per sbloccare i 3 miliardi di dollari cui gli iraniani avevano subordinato qualsiasi progresso.
Gli ayatollah non dimenticano nemmeno il Libano, tornando ad accusare Israele di voler ostacolare l’attuazione dell’intesa mantenendo le sue forze nel Paese dei cedri: «Trump tenga buoni i suoi cagnolini a Tel Aviv» ha infatti tuonato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Mentre Washington e Teheran affrontano il complicato percorso degli accordi, si allarga il divario fra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una crisi iniziata col rifiuto di Riad di concedere le proprie basi durante l’operazione “Project Freedom”, che puntava appunto a forzare la riapertura di Hormuz, costringendo gli Usa ad annullare l’operazione. Salvo fare un passo indietro dopo la minaccia americana di non dare più i missili intercettori necessari per abbattere i droni iraniani. La frattura non si è risanata: e ora il Pentagono sta valutando di smobilitare le proprie forze di stanza nel Paese.