Corriere della Sera, 2 luglio 2026
Intervista a Federico Faggin
Di lui hanno parlato e scritto in molti. Ma tra le tante definizioni, alcune passate alla storia, ce n’è una che con il senno di oggi acquista un significato particolare: «Senza Federico Faggin la Silicon Valley sarebbe stata solo una valley». Copyright di Bill Gates. È stato, quello del padre della Microsoft, noto nerd, il riconoscimento definitivo della paternità del microprocessore, forse l’oggetto più piccolo al mondo che ha avuto il più grande impatto sulla nostra vita di terrestri.
Riconoscimento ottenuto non senza lacrime, quelle di Faggin stesso, e sudore, quelle della moglie Elvia («Senza di lei non avrei avuto la forza di lottare per il riconoscimento della mia invenzione che mi volevano rubare» ha ricordato lui stesso).
A confermarlo, non ultimo, c’è stato anche un certo Barack Obama che da presidente degli Stati Uniti gli ha conferito la National Medal of Science, Technology and Innovation, il maggior riconoscimento del settore. Era il 17 novembre del 2010. Eppure ora, dopo 57 anni spesi a vivere e a dare forma e significato alla Silicon Valley, il fisico ha deciso di tornare definitivamente a vivere in Italia. Base? La sua Vicenza. «Naturalmente una persona, alla mia età, torna dove è nato. Per me non è una sorpresa. Prima o dopo sarei tornato: Vicenza è la città dove sono nato, studiato. Vicenza è casa. Mia moglie mi ha raggiunto. Siamo già residenti qui, non siamo più a Los Altos».
L’uomo che ha contribuito a dare forma alla Silicon Valley che se la lascia alle spalle... sul serio non ha nessun rimpianto? Non ci torna?
«Sono a un punto della vita in cui un viaggio così lungo non è più piacevole. Non ho piani di tornare, di sicuro non frequentemente. Mi sono trasferito, questo diventa il mio mondo».
Comunque, sembra un divorzio...
«La verità è che i miei Stati Uniti non ci sono più, si sono spostati sempre di più verso il business e l’aspetto tecnologico, soprattutto con la Silicon Valley, con internet, con l’uso indiscriminato dell’informazione delle persone. Ad essere onesto non ero d’accordo già vent’anni fa con quanto stava facendo la Silicon Valley».
Insomma, un divorzio lento ma definitivo. Meditato. Sembra che lei parli di un mondo che non le appartiene più eppure ne è uno dei padri riconosciuti.
«Già allora, all’inizio del Duemila, non era più il mio mondo, che era quello dell’hardware, delle cose che funzionavano, non il software per fregare gli altri. È stato un disincanto, un pochino».
È la leggerezza del software che prevale sull’hardware come aveva anticipato Italo Calvino nelle sue «Lezioni americane».
«Sì, ma noi costruivamo qualcosa di reale. Era un mondo di sognatori. Il bilancio dopo questi 57 anni è comunque molto positivo».
Se Federico Faggin fosse rimasto in Italia 57 anni fa?
«Se fossi rimasto in Italia non sarei mai riuscito a fare tutto ciò che ho fatto. La California rappresentava un mare di possibilità che qui erano impossibili. Invece di dire sempre no, come qui, lì si diceva: va bene, pensiamoci. E questa è la base dell’innovazione. La creatività da sola non basta se non c’è un ambiente adatto. Ma era una California diversa, la vivevo come al tempo dei pionieri».
Dunque le rimangono dei bei ricordi...
«Guardi quando avevo 26 anni venivano tutti da fuori. Mi sono sentito meno straniero in California che ad Agrate Brianza e l’America a quel tempo era veramente in una fase di fermento, di voglia di fare. Devo dire che negli ultimi anni la direzione che hanno preso gli Usa non mi piace molto, ma la lascio da parte. Questa facilità con le guerre non mi piace affatto».
Ma, ora che si sente disilluso e come dice lei un po’ disincantato cosa consiglierebbe a un ragazzo o una ragazza italiani? Andare o provare qui in Italia?
«Un’esperienza all’estero arricchisce in ogni caso. Tra l’altro anche qui è giusto ricostruire con attenzione. Non avevo allora in testa di partire per sempre. Con il senno di poi sembra che fosse tutto scritto, ma non è così. Io ero partito per stare solo sei mesi, poi alla fine decisi di stare cinque anni. Ne sono passati 57...».
Mai provato a rientrare?
«Nel ’74, quando sono tornato in Italia per la prima volta, c’erano le Brigate Rosse e all’Olivetti c’era gente che giocava a carte. Mi dissi: non posso rimanere qui. E via».
Però se tutti i nostri talenti partissero saremmo una Spoon River di intenzioni...
«Ma difatti non è vero che qui non ci sono delle possibilità: io stesso sto investendo in alcune realtà italiane. La principale è una società di Padova, P49, che sta sviluppando una AI che ha al centro l’uomo. È stata fondata con Andrea Camporese, che ha guidato la Fondazione Città della Speranza, Franco Masello, tra i fondatori della stessa, l’imprenditore Oscar Staffoni e l’avvocato Marco Greggio. Faccio notare che l’etica non è un algoritmo ma una proprietà dell’AI. È ora di smetterla di affidarci ai tecnocrati, non possiamo pensare di trovare l’etica nei loro pensieri. Ci sono solo il potere e i soldi».
Le regolamentazioni sull’AI come quelle dell’Europa non sono sufficienti?
«Non ho studiato bene la regolamentazione europea. Ma negli Usa non c’è nessuna regolamentazione dell’AI, è lasciata all’uso indiscriminato di chi la usa, anche se Anthropic ha detto che vorrebbero delle limitazioni. Ma abbiamo già visto che il Pentagono non ha voluto accettare, dando ragione ai pessimisti. Il problema è che l’AI fa gola a tutti e il poterla usare in maniera indiscriminata anche».
Dobbiamo sperare nei governi?
«Il problema è che i primi che vogliono usarla senza restrizioni sono proprio i governi, proprio quelli che dovrebbero regolare. Anche la regola europea ha come eccezione la difesa UE. Che gioco è?»
Ha un nuovo libro?
«Sì, ma non abbiamo ancora il titolo. Come sa io ormai dal 2008 mi sto dedicando al problema del libero arbitrio, della coscienza, specialmente nel contesto dell’AI che sta dominando il business della Silicon Valley. L’Italia rappresenta anche un luogo di cultura filosofica, di pensiero molto più ricco di quello che ho trovato negli Usa. Noi abbiamo avuto un Rinascimento e sono convinto che avremmo anche un nuovo Rinascimento se lavorassimo insieme invece di essere iper-competitivi gli uni contro gli altri».
Un’ultima cosa: ha sempre raccontato come volessero impadronirsi dell’idea del microprocessore. Si è mai pentito di avere lasciato l’Intel dopo averlo creato?
«Guardi, il paradosso è che anche se era stata contestata la mia paternità, Intel non aveva capito che i microprocessori erano il futuro. Dovetti attendere nove mesi prima di ricevere da loro il via libera per sviluppare, dopo il primo 8008, il nuovo microprocessore 8080. Va ricordato che l’idea del microprocessore di per sé non era straordinaria, erano in tanti a tentare. Io riuscii anche perché a soli 19 anni prima di studiare fisica all’università avevo costruito in poco un calcolatore sperimentale all’Olivetti. Intel così ha perso nove dei quindici mesi di vantaggio che gli avevo dato. Poi feci lo Z80, un microprocessore ancora oggi in produzione. Però per me è stata una scuola importantissima. Per concludere: pentito per l’Intel? Nemmeno per sogno, non ne potevo più».
Post scriptum. Il Rinascimento ha aiutato Faggin. Tra le prove che fosse lui il padre c’erano anche le iniziali, F.F., apposte sul primo microprocessore 8008. Un istinto proprio d’artista rinascimentale.