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 2026  luglio 02 Giovedì calendario

Ranucci, un intermediario tra autori e mandanti

Se dovesse mantenere ciò che prometteva, Antonio Passariello, uno dei quattro arrestati per l’attentato a Sigfrido Ranucci, confermerebbe il silenzio. Stamani, nel carcere di Rebibbia, si svolgerà l’interrogatorio di garanzia nei suoi confronti, alla presenza della gip Iole Moricca e del pm Carlo Villani. La scommessa della Procura è che questo ultracinquantenne dal curriculum di spicco (nel 1996 era già dentro per rapina e violenza sessuale a una prostituta) sveli mandanti e movente dell’attentato eseguito il 16 ottobre scorso di fronte alla casa del giornalista. Ma il dubbio è che, al contrario, assistito dal suo avvocato storico, il penalista di Avellino, Generoso Pagliarulo, si dimostri coerente con le sue stesse affermazioni: «L’indagine – diceva, intercettato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati – non fa niente se mi arrestano. Faccio nu mese ‘e carcere, veng e me cagn». Tradotto dal dialetto locale: faccio un mese di carcere, vengo e mi cambio. Non parlo, insomma. Così andava dicendo ai suoi amici, fra i quali Salvatore Cava – «Totore» legato ai clan campani e punto di riferimento nello spaccio: «Eh Salvatore («Totore», ndr) che siano dieci o vent’anni a me cosa cambia? Sto là, sto bello, dormo, mangio, bevo...».
Passariello era nemico del basso profilo e andava ripetendo agli amici quanto aveva combinato a Roma con «il giornalista». I fatti erano noti insomma, al punto che il suo interlocutore chiede: «Hanno chiuso l’indagine? E perché non ti vengono a prendere?».
Certo, la spavalderia era un tratto caratteriale di questo «operaio» dei clan. Va immaginato Passariello, spiega il suo difensore. Cresciuto nell’inferno sociale del Rione Gescal di Cicciano (Napoli), vive la militanza criminale come vera risorsa di sopravvivenza e perfino riscatto. Lo Stato che, qui, mostra il suo lato più impresentabile neppure lo tenta. Si spiega anche così il suo atteggiamento sfidante: «Passariello – sottolinea la gip – dimostrava di assumere all’esterno e quando era insieme ad Amato (l’indagato Luca Amato, ndr) un comportamento... di assoluta spavalderia e di totale indifferenza rispetto alle conseguenze penali, posto che lo stesso raccontava senza alcun motivo quanto compiuto per autocelebrarsi». Ma la verità sui mandanti potrebbe arrivare anche da altre strade. Previsti anche gli interrogatori di Saverio Mutone e di Pellegrino D’Avino. Questi, assistito dall’avvocato Antonio Falconieri, annuncia un ricorso al Riesame. D’Avino, nella ricostruzione investigativa, è colui che riceve ordine di eseguire l’intimidazione, la gip lo ritiene il più informato riguardo al movente. Una delle ipotesi seguite da chi indaga è quella che D’Avino e i suoi colleghi, legati ai clan di camorra, possano essere stati reclutati da personaggi di livello «intermedio» per occultare i veri mandanti.
Una filiera complessa che nasconderebbe, in questo modo, ragioni e protagonisti dell’attentato a Ranucci. Si studiano, intanto, i contatti su uno dei cellulari trovati nel corso delle perquisizioni nelle abitazioni degli arrestati. Nessuna pista è privilegiata. Tutte potrebbero portare alla verità.