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 2026  luglio 02 Giovedì calendario

Sigle, simboli, psicodrammi. Dalla Cosa alla Costituzione, la sinistra che cerca un nome

Insomma c’è la parola «alleanza», che ritorna di moda nel cantiere aperto del centrosinistra a ventidue anni di distanza da un nome ufficializzato e poi scartato (era «Grande alleanza democratica», acronimo Gad, che poi diventò «l’Unione»). E c’è la parola «Costituzione», richiamo sempreverde a quella che per i progressisti italiani rimane «la più bella del mondo» e soprattutto rimando al recente successo del No al referendum sulla giustizia.
Dovesse avere la meglio la proposta di Giuseppe Conte di battezzare il campo largo «Alleanza per la Costituzione», il centrosinistra nostrano scriverebbe l’ennesimo capitolo della toponomastica interna, re-inaugurata con le coalizioni della Seconda Repubblica dopo lo sventurato precedente del Fronte popolare (in realtà si chiamava «Fronte democratico popolare», comunisti e socialisti più qualche formazione minore) agli albori della Prima, nel 1948. Capitolo che si arricchirebbe anche del recentissimo dibattito tra i leader del campo largo che di «Campo largo» non vogliono sentire parlare. Come provano le suggestioni proposte negli ultimi tempi, da «Alleanza per l’Italia» (Angelo Bonelli, dimenticando forse che il nome era stato usato da Francesco Rutelli per il suo ultimo partito) ad «Alleanza per i progressisti» (Elly Schlein), leggermente emendato da Giuseppe Conte («Alleanza per i progressisti indipendenti»).
Nulla a confronto dello psicodramma in cui a sinistra si è sprofondati dalla caduta del Muro in poi ogniqualvolta toccava mettersi alla ricerca di un nome e mettere d’accordo tutti. Nel passaggio tra il Partito comunista e il Partito democratico della sinistra, seguito alla svolta di Achille Occhetto, il nome che indicava la destinazione di un lungo traghettamento era non a caso lo stesso di un caposaldo della cinematografia horror americana: La cosa. Per la felicità di Nanni Moretti, che girò un documentario omonimo; un po’ meno degli umoristi, che videro bruciata in un solo secondo la freddura più efficace, «il nome della Cosa», che faceva il verso al bestseller di Umberto Eco. La Dc, nel morire, si era rifugiata nel passato, recuperando il Partito popolare di don Sturzo; e il simbolo dello scudo crociato, nel corso nel ventennio successivo, è finito nella matassa inestricabile di sentenze e controsentenze con protagonisti due carneadi della politica a cavallo tra i due millenni, Angelo Sandri e il leggendario Giuseppe Pizza detto «Pino», che della difesa del baluardo aveva fatto una ragione di vita.
Strano ma vero, nell’epoca in cui l’ambientalismo torna a ruggire quantomeno nelle coscienze dei più giovani, la botanica che ha soccorso il centrosinistra dagli anni Novanta scompare dai radar. Un tempo c’era L’Ulivo (coalizione, 1996), la Margherita (partito all’interno dell’Ulivo), la Rosa nel pugno (lista all’interno dell’Unione, 2006); la parola «centro» contesa come una pallina di ping pong (Centro cristiano democratico, poi Unione di centro, la lista sarebbe lunghissima); e i mille ripensamenti ogni qualvolta al nome bisognava associare un progetto e viceversa. Come nel caso della disputa tra Fed e Gad, su cui il centrosinistra discusse a metà della legislatura iniziata nel 2001 all’indomani dalla seconda vittoria di Berlusconi. La Fed era la federazione dell’Ulivo (Pds, Margherita e socialisti), embrione di quello che sarebbe diventato il Pd; la Gad era la coalizione allargata, «Grande alleanza democratica». Finì in un pareggio perché la Fed di fatto non si fece e la Gad cambiò nome in «Unione», con cui poi il centrosinistra vinse le elezioni del 2006.
Curiosità: la denominazione «Unione» e il relativo simbolo nella scheda elettorale non erano presenti. Si erano visti solo in una mini tornata di elezioni suppletive per la Camera andata in scena nel 2005 (gli eletti furono il romano Michele Meta e il calabrese Nicodemo Oliverio). In quello stesso giorno, nella stessa tornata di suppletive, si contesero due seggi per il Senato, vinti dall’allora dalemiano Nicola Latorre e dal dipietrista Massimo Donadi. Ma lì, per baruffe interne, avevano ripescato «l’Ulivo», per l’ultima volta nella storia.
A volte ci sono i nomi che finiscono nel dimenticatoio anche se sono formalmente utilizzati («Italia. Bene comune», la coalizione con candidato premier Bersani nel 2013). Altre volte ci sono invece formule che restano nella storia pur essendo «non ufficiali». La famosa «Cosa rossa», che con Bertinotti candidato premier nel 2008 rimase fuori dal Parlamento, con l’attesa del voto nell’americanissimo Hard rock cafè di Roma, la ricordano tutti eppure non c’era: la denominazione ufficiale, inghiottita dall’oblio, era «La Sinistra l’Arcobaleno».