Corriere della Sera, 2 luglio 2026
Legge elettorale, rinvio e scontro. Maggioranza divisa
Rinviato. L’esame della legge elettorale slitta di una settimana. «Il presidente della Camera nell’annunciare la nuova data ha fatto riferimento alla situazione complicata dei trasporti la prossima settimana. Che dire, citofonate Salvini», pungono i capigruppo di Pd e +Europa, Chiara Braga e Riccardo Magi. Il ministro dei Trasporti leghista reagisce con noncuranza: «Non mi occupo di legge elettorale, non mi appassiona, i lavori programmati sulla rete possono provocare ritardi ma sono necessari. Non incidono sulle presenze dei parlamentari». Chi si infuria è proprio FdI: «Abbiamo accettato di rinviare per una cortesia che si riserva abitualmente a un partito che organizza una manifestazione nazionale. Il Campo largo ne ha una l’8. Ma ce ne fanno pentire».
Al di là della polemica accesa tra maggioranza e opposizioni sulle ragioni del rinvio dell’esame della legge dal 7 al 14 luglio, è la temperatura nel centrodestra a restare alta. Prendere tempo conviene. La trattativa per mediare sulle preferenze, che FdI (Giorgia Meloni, segnatamente) vuole reintrodurre e Lega e FI respingono, non procede. Ieri nessun vertice. Ma Giovanni Donzelli, responsabile del dossier per FdI, è stato avvistato a Palazzo Chigi. Antonio Tajani conferma la lealtà di FI: «Abbiamo deciso di cambiare legge elettorale per dare stabilità al Paese. Sosteniamo la riforma con convinzione». Lealtà sì ma al testo licenziato unitariamente, non all’emendamento sulle preferenze che FdI si è impegnata a presentare, e su cui viene sfidata a mantenere il punto da Vannacci. In caso di forzatura di FdI sulle preferenze, le contromosse potrebbero essere varie: FI starebbe valutando di sostenere l’emendamento di Azione per innalzare la soglia che dà diritto al premio di maggioranza, dal 42 al 45%. I parlamentari leghisti mugugnano: «Abbiamo già fatto troppi sacrifici. Questa riforma è utile solo a Meloni». La tentazione è addirittura di far saltare il banco. Sia Lega sia FI conterebbero sul voto segreto per seppellire le preferenze, non particolarmente gradite a nessun parlamentare a caccia di conferma. Ma anche dentro FdI ci sono malumori: «I vicepremier scalciano troppo».
Con ogni evidenza, non è aria per un compromesso sulle preferenze – una formula abbastanza fantasiosa da sciogliere i contrasti – del quale i leader possano discutere in un vertice. «C’è tempo», minimizzano i mediatori. Guai a chiedere ai meloniani, però, se questo dilatarsi dei tempi possa far accantonare lo Stabilicum che, con la crescita del movimento di Vannacci, sembra comportare più svantaggi che vantaggi. Ne sono convinti – e lo sibilano da giorni – nell’opposizione. FdI lo esclude sdegnosamente: «Fantasie».
Le opposizioni, dietro le quinte, osservano e aspettano. E pubblicamente fanno muro: «No a questa legge. È inemendabile», ribadisce Nicola Fratoianni di Avs. Elly Schlein, segretaria del Pd, protesta contro «il governo paralizzato dalla maggioranza che litiga». E oggi nasce il primo comitato, promosso da Roberto Zaccaria: farà ricorso alla Consulta un minuto dopo l’approvazione della legge.