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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Intervista ad Andrea Bosca

Si sta godendo una breve vacanza solitaria («io che non ne ho mai fatte») Andrea Bosca. Ma l’anno è stato «molto intenso e molto fisico»: arriva da set lunghi e impegnativi come quello di La Passione di Cristo: Resurrezione di Mel Gibson e del thriller Nemesi, serie Netflix diretta da Piero Messina con Pierfrancesco Favino, Elodie e Barbara Ronchi. «Super secretate», avverte. «Tra le cose più belle della mia carriera», si entusiasma. Ed eccolo godersi questi giorni di mare a Formentera. «Vacanza rigenerativa ma non inattiva: ho il copione di Bebi. Il primo amore che debutta il 18 luglio a Cividale del Friuli in apertura di Mittelfest. È il momento di rifinire la memoria del testo. Ce lo siamo palleggiato durante l’inverno, io e Giacomo Pedini, regista e direttore del festival, con molte letture e qualche prova per uscire dal libro e trovare la giusta dimensione e le parole da portare in scena. Abbiamo lavorato come uno scultore che estrae dal blocco la sua statua».
Come mai il primo romanzo, del 1928, di quel grande autore ungherese che è Sándor Márai?
«La sua attualità. L’ho proposto a Pedini, si è subito appassionato. Tutto ruota intorno alla solitudine, sentimento in cui vive immerso il protagonista, professore di un liceo, che vive come chiuso in un cassetto, negandosi il piacere degli altri e dei sentimenti. Questo per paura: ti astrai e non soffri. Márai racconta l’irrompere della vita (una nuova classe di liceali, mista per giunta! ) e quindi delle emozioni in quell’isolamento autoimposto: ma la vita non puoi fuggirla in eterno, anzi è peggio perché quando bussa ti trovi senza gli attrezzi. È un testo che sento molto attuale: la solitudine, che in questi giorni sono un po’ venuto a cercare, è un sentimento molto comune nella nostra epoca, anche se non ce ne rendiamo conto».
E praticamente cosa significa?
«Per lui il femminile diventa un’ossessione, le persone diventano importanti, ci si affeziona persino. Si pone domande nuove: mi lasceranno? Che ne sarà di me? È tutta la vita che gli scappa di mano. Quanti di noi si comportano in questo modo? Quanti, per esempio, fuggono l’amore per paura che generi dolore? È una paura primaria che abbiamo dentro tutti, strettamente connessa con l’abbandono. Meglio non negarla, però, affrontarla e mettersi alla prova. Se non lo fai è una solitudine colpevole, che ti fa appassire e chiudere all’empatia. E dove non c’è empatia trovano terreno fertile comportamenti predatori e manipolatori. In crescendo: solitudine, solipsismo, egoismo. Vittima delle tue ossessioni, costruisci un mondo senza cuore che nasconde il caos che hai dentro. Sa quanti dei guerrafondai attuali sono così?».
A lei è accaduto di fuggire per paura di soffrire?
«A inizio carriera. Avevo ricevuto la chiamata a questo lavoro, ma opponevo resistenza: per quieto vivere, perché ci si aspettavano da me certe scelte. In apparenza più facile della strada sconosciuta e difficile che pure era il mio vero percorso: questa mi procurava ansia e panico, ma era la vita vera. Non farlo mi avrebbe portato sofferenze ancora maggiori. Ero all’inizio dell’età adulta ma fortunatamente ho capito che non si può andare contro gli dei: sono loro i più forti».
Come era il ragazzino Bosca prima di diventare attore e cosa generò in lui la scintilla del teatro?
«Di carattere sono abbastanza introverso: amavo scrivere e non ballare, il karate e non il calcio. La solitudine ancora oggi, malgrado il lavoro che faccio richieda tutt’altro, un po’ mi si confà, Per dire: qui a Formentera, non mi viene l’ansia se vedo un tramonto da solo. Tutto comincia alle medie: con la mia prof di lettere che fa venire a scuola l’attore di una compagnia amatoriale. Scoprii un universo affascinante. E la felicità di stare tutti insieme e con un fine unico. Il teatro è stato il mio apriscatole sul mondo».
Scriveva poesie: insolito al quadrato. Ora sono nella raccolta La voce blu, edita da Interno Poesia.
«Non le consideravo tali: erano scritti di non lungo respiro che avevo raccolto in un file del computer e che rispondevano a una mia esigenza. Dimenticati per anni, li ho ripresi verso i 40 in un momento un po’ particolare, di quelli in cui indaghi su di te e sul senso di quello che fai. È allora che ho capito che erano come poesie. Riprendendole ho salvaguardato il modo in cui erano scritte per mantenerne la freschezza e la fedeltà al sentimento che le aveva generate. Mi sono anche messo a comporne di nuove».
Che rapporto mantiene con Canelli e le Langhe?
«A parte che ci torno perché i miei vivono lì, in aperta campagna, ora. Con la mia terra ho un rapporto che definirei carnale. Ho scelto di lavorare su testi di autori che parlano di quel territorio (a teatro La luna e i falò da Pavese e Come vivo d’acciaio da Fenoglio, diventato anche un corto): ex contadini poveri la cui esistenza mi commuove e considero un po’ la mia “parte antica”. Sceso a Roma, mi chiedevo cosa significasse per me tutto quel mondo. Scoprendo poi che è invece proprio quello che mi rende Andrea Bosca».