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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Franz Di Cioccio e Patrick Djivas parlano di musica e della Pfm

«Suoniamo ancora e suoneremo per tutta la vita». Non c’è altra scelta per Franz Di Cioccio, di nuovo in tour dal 3 luglio (primo concerto ad Aosta) con la sua Pfm, nella formazione che vede sul palco due vecchi compagni d’arme come il bassista Patrick Djivas e Lucio «violino» Fabbri, oltre ad Alessandro Scaglione, Marco Sfogli, Eugenio Mori e Luca Zabbini. La formula del concerto è quella ben nota della doppia traccia: la prima parte con i pezzi forti della Premiata Forneria Marconi, da Impressioni di settembre, È festa, Dolcissima Maria a La carrozza di Hans e Mondi paralleli, e la seconda dedicata a Faber, Pfm canta De André, con brani come Il pescatore e Volta la carta, in ricordo della celebre tournée insieme di quasi cinquant’anni fa da cui uscì un altrettanto celebre doppio disco live. Con Di Cioccio, c’è Djivas a rispondere alle nostre domande.
Che cosa significa oggi un live per voi?
Djivas: «Sono i concerti che riescono a portare avanti la vita di un gruppo, se no tutto si esaurisce cercando un successo discografico che arriva o non arriva. Per noi il live è l’essenza di tutto, ne abbiamo fatti settemila e sono fondamentali, perché suonare dal vivo permette di modificare costantemente quello che fai. Altrimenti, l’abuso dei computer fa sì che i concerti siano ripetibili e tutti uguali: così facendo, diventano come trasmissioni tv, voglio dire che per l’80% è roba registrata».
Di Cioccio: «Invece per noi ogni sera è un’esperienza diversa, il che ci permette di avere soddisfazione sul palco e di fare il tipo di vita che ci ha resi felici di lavorare, rendendo felice anche il pubblico».
A quali brani della vostra carriera siete più affezionati?
Djivas: «Sono tutti figli nostri, ma il brano che non vedi l’ora di suonare è quello in cui cerchiamo di portare la nota in più. Abbiamo un modo di interpretare il concerto molto libero, ognuno di noi è libero di modificare le parti del brano e ognuno di noi cerca di farlo. Ci sono persone che sono venute a sentirci quaranta volte e che ci dicono che non è mai uguale».
Di Cioccio: «È la musica stessa che ti dice sono qui, pronta per essere suonata e cambiata, ed è così che noi e il pubblico diventiamo una cosa sola».
Sembra un approccio jazzistico.
Djivas: «Bè, i jazzisti sono quelli che si divertono di più proprio perché improvvisano e sono felici quando creano qualcosa di diverso. Noi cerchiamo la stessa soddisfazione in un’altra maniera, ma con sufficiente esperienza per riuscirci comunque».
Nella seconda parte dello show interpretate De André: com’era suonare con lui?
Di Cioccio: «Lui era un’altra persona della stessa razza di noi musicisti, lo stesso modus vivendi. Un flash incredibile».
Djivas: «Facevamo il contrario di quello che si fa in genere: De André era un chitarrista, abituato a suonare da solo, e quando è così può essere molto faticoso. Allora abbiamo pensato di seguirlo noi: abbiamo messo il suono della sua chitarra alta nelle nostre spie, mentre lui sentiva principalmente il suo strumento. Eravamo noi ad andargli dietro musicalmente».
Quelle canzoni non invecchiano mai, qual è il segreto?
Di Cioccio: «Quando le cose hanno grande forza artistica, durano per tutta la vita”.
Djivas: «Ci sono musiche utili e musiche inutili, queste ultime non te le ricordi. Se il cervello sente un brano che ha già metabolizzato, sa già dove va a finire, è come ascoltare una persona che dice cose banali, ci parli per educazione e non per interesse. Invece c’è la canzone che stimola il cervello perché non sai cosa accadrà con la nota successiva, e questo ti interessa».
Il ricordo più significativo di quella esperienza?
Djivas: «Quando eravamo a cena dopo il concerto, molto tardi, parlavamo dei suoi brani e ci facevamo raccontare come nascevano: non era una semplice canzone, ma una specie di resoconto da una storia lunghissima da cui estrapolava il testo della canzone con le rime. Gli chiedevamo di Marinella e ci raccontava tutta la sua vita, e così per La guerra di Piero e gli altri pezzi: colpivano così tanto perché venivano da lontano, e quel resoconto era perfetto».
Che musica ascoltate? L’impressione è che del fiume di creatività dei vostri tempi migliori sia rimasto un rigagnolo.
Djivas: «Ascolto musica utile, come Engine de Poitrine, un duo chitarra e batteria che fa brani molto complessi, e musica classica e jazz. Quanto alla creatività, negli Anni ’70 la musica mainstream era musica di qualità e tutti la conoscevano, così a un concerto di Miles Davis ci andavano 15 mila persone. La tv aveva molto meno peso. Oggi la qualità esiste ancora, ma non è più mainstream e la gente non la conosce perché appartiene a una nicchia. Ma chi ama la musica sa anche andare a cercarsela, altrimenti il successo di Engine de Poitrine non si spiegherebbe». —