la Repubblica, 1 luglio 2026
Macchina per il fine vita, la sinistra contro il Cnr: “Il presidente ha mentito”
Dal punto di vista tecnico, non ci sono ostacoli al suicidio medicalmente assistito. Un altro caso Libera è possibile. Davanti alle commissioni Sanità e Giustizia del Senato, ieri, il direttore del dipartimento Ingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche, Emilio Campana, ha spiegato che un dispositivo per l’auto-somministrazione del farmaco letale esiste: «È riproducibile», «adattabile al paziente», «non si sostituisce alla sua volontà», permette solo di realizzarla. È una notizia due volte, perché va considerato l’antefatto: appena due settimane fa, il presidente del Cnr Andrea Lenzi, dunque il vertice dell’istituto per cui lavora Campana, aveva affermato il contrario. Perché? L’accusa delle opposizioni è netta: «Evidentemente Lenzi rispondeva a un input politico arrivato da destra. O quanto meno voleva mostrarsi compiacente», dice la senatrice Pd Sandra Zampa. Ragione per cui, aggiunge l’ex sottosegretaria alla Salute, «dovrebbe dimettersi» dalla guida del Cnr.
Per capire la vicenda bisogna avvolgere il nastro. A Palazzo Madama, nelle commissioni competenti, si discute la legge sul fine vita del centrodestra, relatori il forzista Pierantonio Zanettin e il meloniano Ignazio Zullo (quella del Pd, a prima firma Alfredo Bazoli, è stata discussa in aula un paio d’ore prima di tornare alla casella di partenza per volontà della maggioranza). Si avvia un nuovo ciclo di audizioni. Lenzi il 3 giugno manda una breve memoria, il 16 giugno si presenta a Palazzo Madama. E dice questo: «Allo stato attuale alla presidenza dell’ente non risultano reperibili ed esperibili strumenti in commercio per la auto-somministrazione di farmaci che siano impiegabili nella procedura di morte medicalmente assistita per persone immobilizzate o impossibilitate né risultano allo studio progetti relativi». E lo dice nonostante esista un caso noto alle cronache: quello di Libera, la donna toscana affetta da sclerosi multipla, morta a marzo 2026 per l’auto-somministrazione di un farmaco letale, permessa da un dispositivo, a comando oculare, messo a punto proprio dall’ente che Lenzi guida, il Cnr. La giustificazione che ne dà: «È stato predisposto da un giudice del Tribunale di Firenze direttamente a un dipendente del Cnr» e i costi di produzione «sono stati a carico dell’azienda Usl Toscana Nord-ovest». Come a dire: niente che ci riguardi. A quel punto, i senatori, in testa la capogruppo di FI Stefania Craxi, che sul tema sta cercando di spingere il resto della coalizione a fare sul serio (per ora senza successo), ha convocato al Senato il dipendente in questione. Così si arriva a Campana. Il quale ieri, in commissione, ha smentito dettagliatamente il suo superiore: «Il primo coinvolgimento formale del Cnr avviene con l’ordinanza del Tribunale di Firenze di novembre 2025», spiega l’ingegnere. «Concordo con il presidente del Cnr una nota da inviare al giudice, che illustra sinteticamente la fattibilità tecnica». Nessuna iniziativa individuale, com’è ovvio. La sintesi: limiti tecnici sul fine vita non ve ne sono. Solo politici.
L’audizione infatti ha riattivato la spinta di FI: «Chiederò di calendarizzare l’esame del ddl in aula prima possibile», annuncia Craxi. La questione verrà sollevata alla prossima capigruppo di Palazzo Madama: «Una società veramente umana deve chiedersi quale posto riconosce alla vita fragile». Per questo, il messaggio rivolto agli alleati è netto: «Chi non accoglierà la nostra proposta di mediazione se ne assumerà la responsabilità». Gli azzurri, tramite una serie di emendamenti, propongono che la morte medicalmente assistita possa essere gestito dal medico generico – volontario – in regime gratuito di intra moenia. Ma senza includere il Servizio sanitario nazionale, punto su cui insistono le opposizioni: «Imprescindibile», spiega Bazoli, firmatario del testo Pd. Che infatti non crede all’intenzione del centrodestra di arrivare davvero a un provvedimento: «Un mese fa una legge in aula c’era, la nostra: equilibrata e rispettosa della Consulta. Chiedevamo almeno di discuterla». E invece: «La destra, compatta, – conclude il dem – ha deciso di affossarla e rimandarla in commissione».