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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Pierre Lemaitre parla della sua produzione letteraria

C’è Jean, detto Bouboule per lo sgraziato aspetto fisico, uomo debole ostaggio dell’insopportabile moglie Geneviève ma anche assassino tanto spietato quanto crepuscolare. Ci sono i figli, Colette turbata dalle ferite del passato e Philippe in preda a tempeste ormonali scatenate da zia Thérèse. C’è François, giornalista d’assalto che sospetta qualcosa di terribile. C’è il vecchio gatto Joseph. C’è il comune passato in un Libano da sogno. E quando Jean diventa il più improbabile eroe per caso, gli eventi precipitano. Al centro della narrazione, ancora una volta, la famiglia Pelletier che abbiamo imparato a conoscere, amare e talvolta detestare negli anni e che ora torna nell’ultimo volume della tetralogia,Le belle promesse (Mondadori), ambientato durante gli anni Sessanta e destinato a concludersi alla vigilia del fatidico Sessantotto. Ricco di citazioni, da Balzac a Don De Lillo passando per Romain Gary e Luigi Natoli, quello dei Beati Paoli, questo rutilante romanzo nasce dalla penna epica e affilata di Pierre Lemaitre, che con la simpatia e l’ironia che lo contraddistinguono ha accettato di rispondere a qualche domanda da una Parigi assediata dall’afa.
Prima i tre romanzi “I figli della catastrofe” e ora i quattro degli “Anni gloriosi”, cioè gli anni della ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Personaggi che tornano, cambiano, amano, vivono, fanno cose orribili o gloriose, muoiono… agli occhi del lettore una storia della Francia del Novecento. C’è un filo conduttore che lega tutte queste complesse e avventurose narrazioni?
«Il capitalismo. Il Novecento è stato il grande secolo del capitalismo, del quale ora stiamo vivendo l’acme. Non a caso stiamo entrando nella crisi ecologica. Ma non sono uno scrittore ideologico, non metto il capitalismo in primo piano, ma il peso che il capitalismo esercita sulle vite dei miei personaggi, sulla vita di ciascuno di noi. Dalle tante storie che racconto balza una sorta di istantanea della Francia e dei suoi cambiamenti».
Lei era noto come autore di “polar”. Poi, a un certo punto, con “Ci rivediamo lassù” la svolta verso il romanzo storico.
«La verità è che volevo scrivere un polar che partiva dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, ma proprio non funzionava. Invece di intestardirmi, ho scritto una cosa diversa. Ma mi sono avvalso dell’intero armamentario del polar, dalla suspense ai colpi di scena passando per le false piste. Volevo dare soddisfazione ai lettori».
Ecco una frase che al tempo del “nouveau roman” sarebbe stato difficile pronunciare.
«Beh, anch’io ai miei tempi sono stato lettore delle avanguardie letterarie, sa, quando si mettevano al bando la storia, i personaggi forti, la narrazione. È stato un passaggio necessario, non esiste progresso, nemmeno in letteratura, senza momenti di rottura. In realtà, quelle esperienze estreme sono state utili, hanno liberato la scrittura da tante incrostazioni. Poi a me è toccato di recuperare sapori antichi, nel caso specifico la grande tradizione del feuilleton».
E con una saga all’insegna del feuilleton ha vinto il prestigioso premio Goncourt.
«Ma ho dovuto raccontare una bugia! Nessuno prendeva sul serio l’idea di una saga, una serie di romanzi fra loro strutturati, dicevano che non c’era spazio per un esperimento narrativo di questo genere, roba dell’Ottocento, dicevano. Roba da romanzo popolare. Mentre io ero certo che là fuori c’era tanta gente avida di storie… Quindi, ho assicurato che Ci rivediamo lassù era un pezzo unico. E invece…».
E invece ne sono arrivati altri sei. Senta, quasi tutte le traiettorie esistenziali dei protagonisti si chiudono, in questo romanzo (e sarebbe davvero delittuoso svelare di più) grazie al caso. E nel caso gioca un ruolo decisivo addirittura il gatto Joseph.
«Le traiettorie, come dice lei, erano destinate a concludersi, e i lettori si aspettavano un certo tipo di conclusione. La vicenda dei Pelletier prende qui sfumature di tragedia, e nella tragedia si sa come va a finire, ma il compito dell’autore è raccontare il “come”. Ciò che qui possiamo definire come l’intervento decisivo del caso ha le sembianze di un gatto. Inteso come quella sorta di entità enigmatica che partecipa della natura divina, come la intendevano gli egizi. Joseph, che ha vissuto vent’anni coi Pelletier, è testimone, demiurgo, angelo custode, giustiziere. Amo molto una frase di Jean Cocteau: «Gli dei si divertono solo quando l’eroe cade da molto in alto”».
Diciamo definitivamente addio ai Pelletier?
«A questa generazione (sorriso e lampo nello sguardo, ndr) ma sto già lavorando sulla prossima…».
Domanda frivola: che ne pensa del grande successo, anche mondano, che Emmanuel Carrère riscuote in Italia?
«C’è un po’ di irritazione in questa sua domanda?».
Pura curiosità, mi creda.
«Carrère è un grande autore. Una lieve irritazione ce la metto io, come anticamera della gelosia, ecco, piacerebbe tanto anche a me essere una star da voi in Italia. Magari questa intervista contribuirà (e qui dal sorriso si passa alla risata vera, ndr )».
Torniamo seri, Pierre. Qui assistiamo con molta preoccupazione all’avanzata dell’estrema destra francese.
«È una catastrofe, ai miei occhi. Va avanti da trent’anni. Il candidato di destra arriverà al ballottaggio per la presidenza, l’anno prossimo. La sinistra non sa offrire una valida alternativa, e si è lasciata permeare dal linguaggio e dai temi dell’estrema destra, soprattutto sul problema dei migranti. È diventata una socialdemocrazia sbiadita, e il risultato è che stiamo assistendo a un vero e proprio ribaltamento della Storia».
Ha ancora uno spazio la letteratura?
«Più che mai! L’estrema destra è paladina della semplificazione, tutto dev’essere semplice, bisogna rifuggire dalla complessità, e via dicendo. Ma la democrazia è complessa. Pensi che nel mondo, oggi, non più del 20 per cento dei regimi è democratico! La letteratura, la cultura, possono ricordarci che esiste una Storia, che sono stati commessi degli errori, che non dobbiamo ripeterli, e aiutarci a non farlo».