corriere.it, 1 luglio 2026
Carne brasiliana, da settembre l’UE potrebbe bloccare le importazioni
Dal 3 settembre 2026 l’Unione Europea potrebbe fare a meno di una parte della carne brasiliana. Bruxelles ha, infatti, deciso di escludere il Brasile dall’elenco dei Paesi autorizzati a esportare alcuni prodotti animali nel mercato comunitario, salvo che il governo di Brasilia riesca a fornire entro quella data le garanzie richieste sulle modalità di allevamento e sull’utilizzo degli antibiotici.
La misura riguarda bovini, ma anche pollame, uova, miele, prodotti dell’acquacoltura e altre categorie alimentari di origine animale. Il provvedimento, approvato dagli Stati membri e formalizzato dalla Commissione Europea, arriva in un momento delicato per i rapporti commerciali tra Europa e Sud America. Solo poche settimane fa, infatti, è entrata in vigore in via provvisoria l’applicazione dell’accordo tra Unione Europea e Mercosur, il patto commerciale che coinvolge Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay e che punta ad agevolare gli scambi agroalimentari tra i due blocchi.
I motivi dello stop
Quando si parla di antibiotici negli allevamenti il pensiero corre subito ai residui presenti nella carne. In realtà il tema è anche un altro. L’Europa vieta da anni l’impiego di antimicrobici come promotori della crescita e pretende che ogni animale destinato al mercato comunitario sia accompagnato da una documentazione completa che ne ricostruisca l’intera storia produttiva. I semplici controlli di laboratorio non bastano. Un animale può essere stato trattato con antibiotici in modo non conforme alle regole europee e se tra il trattamento e la macellazione trascorre un periodo sufficiente le analisi potrebbero non rilevare più tracce significative delle sostanze. Per questo Bruxelles chiede registri veterinari, certificazioni e sistemi di tracciabilità in grado di dimostrare che le regole siano state rispettate lungo tutta la filiera. Dietro la scelta europea c’è anche la crescente preoccupazione per l’antibiotico-resistenza, considerata dall’Organizzazione mondiale della sanità una delle principali minacce per la salute pubblica globale. L’uso eccessivo di antimicrobici negli allevamenti può favorire la comparsa di batteri resistenti ai farmaci e rendere più difficile il trattamento delle infezioni nell’uomo.
Ancora: sul fronte degli antimicrobici non è chiaro sapere quali preoccupino maggiormente Bruxelles. Negli ultimi anni il Brasile ha vietato l’utilizzo di cinque sostanze antimicrobiche, ma il provvedimento riguarda la carne destinata al mercato interno. Per i prodotti deputati all’esportazione, infatti, era ancora possibile utilizzare animali trattati con questi farmaci.
Il precedente americano
Il caso degli Stati Uniti aiuta a comprendere meglio la logica seguita dall’Unione Europea. Negli Usa l’impiego di ormoni e di alcuni promotori della crescita è consentito in determinate filiere zootecniche, ma la carne destinata al mercato europeo deve seguire un percorso separato. Per esportare nell’UE, infatti, gli allevatori aderiscono al programma NHTC (Non-Hormone Treated Cattle): gli animali provengono da aziende certificate, sono allevati secondo requisiti specifici, tenuti separati dagli altri capi e accompagnati da una documentazione che ne garantisce la completa tracciabilità. Il principio è lo stesso che Bruxelles chiede oggi al Brasile. Non basta che la carne risulti conforme al momento dei controlli o delle analisi di laboratorio: l’Unione Europea esige che ogni fase della produzione – dall’allevamento alla macellazione – sia documentata, verificabile e ricostruibile in qualsiasi momento. In altre parole, ciò che conta oltre al prodotto finale è la capacità di dimostrare come è stato ottenuto.
Dove troviamo la carne brasiliana in Italia
In tutto questo, c’è una domanda ricorrente tra i consumatori: quanta carne brasiliana mangiamo davvero? Meno di quanto si pensi, almeno in forma riconoscibile. Se la carne brasiliana compare raramente sui banchi delle macellerie italiane, il suo ruolo diventa si fa rilevante nell’industria alimentare. Una parte significativa delle importazioni, infatti, viene destinata alla produzione di sughi pronti, paste ripiene, preparazioni a base di carne, piatti pronti e forniture per mense e ristorazione collettiva.
Diverso è il caso della bresaola per cui, da tempo, l’industria utilizza anche tagli bovini provenienti dal Sud America – Brasile incluso – apprezzati per la loro magrezza e le caratteristiche che li rendono adatti alla produzione del salume. Eventuali limitazioni alle importazioni potrebbero quindi avere ripercussioni anche su questo comparto, costringendo le aziende a cercare fonti alternative di approvvigionamento.
In termini assoluti il peso sul mercato italiano resta comunque limitato. Il Brasile rappresenta tra il 20% e il 35% delle importazioni europee di carne bovina congelata proveniente da Paesi extra-UE, ma se si considera l’intero mercato italiano della carne bovina la quota si riduce a circa il 3%-5%.
Cosa cambia per chi fa la spesa
Che cosa cambia, concretamente, al momento della spesa? Per i consumatori italiani non sono previsti effetti immediati sugli scaffali dei supermercati. È più probabile che le conseguenze si facciano sentire a monte della filiera dove, come anticipato, alcune aziende dell’industria alimentare e della ristorazione potrebbero essere costrette a individuare fornitori alternativi in Europa o in altri Paesi autorizzati. La vicenda, però, offre uno spunto di riflessione più ampio. In un mercato alimentare sempre più globale, la sicurezza non dipende soltanto dall’assenza di irregolarità nel prodotto finale, ma anche dalla possibilità di ricostruire con precisione il percorso compiuto da un alimento prima di arrivare in tavola. È sulla trasparenza e sulla tracciabilità delle filiere che si gioca, oggi, la vera partita tra Bruxelles e Brasilia.