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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Intervista a Maccio Capatonda

Maccio Capatonda nel mondo dello spettacolo, Marcello Macchia all’anagrafe. Com’è nato il tuo nome d’arte?
«Ero in un armadio a doppiare uno dei miei primi trailer, La Febbra: stavo sparando nomi a caso per i personaggi improbabili che compaiono. Arrivato al mio ruolo, mi è uscito di getto “Maccio Capatonda”. Un po’ per la pelata, forse. Un alias che non pensavo sarebbe stato definitivo, e invece... la gente ha cominciato a identificarmi con questo nome».
Ma è un diminutivo di Marcello?
«Suona più come un dispregiativo, sembra derivare da “Marcellaccio”. Dieci anni dopo che me l’ero inventato, ho scoperto che “Maccio” è un nome esistente, ed è di origine romana. Un professore di latino mi disse: “Abbiamo fatto una retrospettiva su di te e su Plauto”. Nonostante il mio sbigottimento, continuò: “Come tu ci insegni, no? Tito Maccio Plauto in fondo era un commediografo, proprio come te”, pensando che mi fossi ispirato a lui».
Quando ti sei trasferito A Milano?
«Nel maggio del 2000. Studiavo Scienze della comunicazione a Perugia, l’università mi mandò a fare uno stage nella casa di produzione Film Master, che aveva sede in via Montebello. Lì ho fatto lo stagista tuttofare: le ricerche registiche, il runner, l’assistente di produzione... insomma, una gavetta su quasi tutti i ruoli del set».
E come ti è sembrata la città, di primo impatto?
«Un po’ ostica. All’inizio è stato difficile: il lavoro era tosto, io m’ero trasferito e avevo paura di non farcela. I primi amici, poi, erano tutti abruzzesi, ci eravamo un po’ ghettizzati. Fra di loro, c’era anche quello che sarebbe diventato il mio socio, Enrico Venti (celebre, per i fan dei trailer surreali di Maccio, con il nome d’arte di Ivo Avido, ndr). Mi ci sono voluti due anni, per riuscire a crearmi una rete di amicizie – fuori dalla bolla abruzzese, s’intende. Poi, col tempo, quando ho cominciato ad avere un po’ di fama, la città si è trasformata in una sorta di paese dei balocchi, e ho iniziato a scoprirla nei minimi dettagli».
Avevi già l’idea di lavorare nello spettacolo?
«Ce l’ho da quando avevo nove anni: per la prima comunione mi regalarono una telecamera. Da lì ho cominciato a girare video, sia horror che comici. Inizialmente pensavo che il mio approdo lavorativo sarebbe stato proprio nel genere horror; i girati comici, invece, li facevo più per spasso. Fra i 13 e i 16 anni ho girato cinque film, tutti mediometraggi».
Come si intitolavano?
«Sono tre film horror, Jason a Chieti, Jason risorge e Jason va all’inferno, e due thriller, Estrema freddezza, e Pagine gialle. L’esperienza dei video ce l’ho da sempre, e arrivato alla Film Master di Milano pensavo di poter diventare un regista pubblicitario. La comicità, però, non la vedevo ancora come una possibilità».
E invece...
«I video del backstage che facevo con la telecamera digitale che mi aveva dato in prestito la Film Master piacquero ai colleghi. Così mi proposero di fare un intermezzo comico durante una trasmissione di musica elettronica, All Music Show: mi inventai il personaggio di Jim Massew, detto “l’uomo più in forma del mondo”, un personal trainer grottesco che parlava in inglese. Queste clip demenziali arrivarono alla Gialappa’s tramite un’amica. Carlo (Taranto, uno dei tre fondatori, ndr) mi chiamò, proponendomi di fare altri video. Fino a quel momento non avevo assolutamente immaginato di poter trasformare in un lavoro la mia vena comica».
E il suo cast stellare – da Anna Pannocchia a Rupert Sciamenna, passando per Katerine J. Junior – come l’hai trovato?
«Avendo poco budget, io e il mio socio Enrico cercavamo di far recitare chiunque. Katherine J. Junior (Nina Prestigiovanni) era la madre di un nostro socio: una grandissima attrice. Rupert Sciamenna (Franco Mari) veniva dal settore alberghiero, aveva fatto il direttore delle pubbliche relazioni della catena di hotel Hilton. Da lì il suo aplomb, il suo stile distinto: lui era proprio un genio. Anna Pannocchia (Adelaide Manselli), invece, l’aveva conosciuta un mio amico in discoteca. Erano tutti una via di mezzo fra freaks e attori: uno star system alternativo, il maccioverse».
Herbert Ballerina, invece?
«Luigi Luciano lo intravidi la prima volta a Francavilla al Mare, in Abruzzo. Noi cercavamo sempre gente da far lavorare, e siccome era amico di Enrico, lui mi disse: “Guarda, c’è questo che ha fatto il Dams a Bologna, coinvolgiamolo”. All’inizio si spacciò per operatore. Non era vero: per mettere in rec la camera schiacciava due volte il pulsante. Spegnendola. Gli demmo altri compiti, finché non fece la prima parte, il figlio di Mariottide (un cantautore fallito), Fernandello. Lì capii: “Si presta. Sembra proprio un’idiota. È perfetto”».
Dal 2019 vivi a Roma. Perché hai deciso di lasciare Milano?
«Volevo cambiare aria. Sentivo il bisogno di trovare nuovi stimoli per la mia creatività. E così sono andato all’estero, a Roma. Ora Milano ci torno con piacere, ma con lo sguardo quasi da turista. Negli ultimi anni la città s’era un po’ appiattita: il periodo migliore è stato quello fra il 2012 e il 2016. Andavo alla Casa 139 (circolo Arci chiuso nel 2011), allo Spazio Ligera, dove si faceva tanta musica live, al cinema Colosseo».
Pro e contro di Milano. Cosa ti viene in mente?
«Partiamo dai contro: oggi la trovo una città un po’ fredda, che ha perso il carattere e il cuore che aveva un tempo. Le manca quella milanesità che Rupert Sciamenna incarnava perfettamente: un viveur che faceva sempre le quattro del mattino a chiacchierare con chiunque. Abbiamo passato tante serate insieme: la gente lo fermava, e lui mi presentava a tutti. Per quanto riguarda i pro, io nello spirito sono molto milanese, sul lavoro sono stakanovista. Quel fermento produttivo (e creativo) continua a piacermi molto. Ma a Roma sto imparando a vivermela anche in modo più disteso».
Dal primo luglio ti ascolteremo al cinema, dove hai doppiato il personaggio di Max nel film d’animazione Minions & Monsters. Com’è stato?
«Max è un regista di origine tedesca: nella versione originale a dargli la voce è stato Christoph Waltz. Ho dovuto usare un accento molto “germanico”, e per imparare la pronuncia ho preso lezioni da Ralph, dialect coach. Cercavo di parlare come Sinner, alla fine. Max è un personaggio dolce, che cerca di portare i Minions a diventare delle star. Ce la faranno? Beh... non zpoiler! (da leggere alla tetesca)».