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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Alba Rohrwacher parla del suo rapporto con il cinema

«È un film che mostra come una storia d’amore chiusa anni prima, possa finire in maniera diversa. Non racconta un nuovo inizio, ma una nuova fine». Un incontro importante per Alba Rohrwacher quello con Stéphane Brizé che nel 2023 l’ha diretta ne Le occasioni dell’amore, passato a Venezia 80, al fianco di Guillaume Canet. Il regista francese e l’attrice lo presenteranno insieme al prossimo Lecco Film fest, dove lei riceverà il premio Lucia. «Interpreto Alice, un personaggio apparentemente arreso che invece manifesta una audacia inaspettata. Protagonisti sono due persone che si sono amate 15 anni prima, si rincontrano per caso e fanno i conti con questo amore interrotto. È una piccola storia che si fa manifesto universale di tutte le storie chiuse male che aspirano a una seconda possibilità. Per questo è stato bello portare il film nei festival di tutto il mondo. Addirittura in Cina mi fermavano per dire: mi sono riconosciuto. Quando il cinema è capace di raccontare qualcosa di molto specifico e, insieme, di farsi manifesto di qualcosa in cui si può riconoscere uno spettatore che ha una storia molto diversa da quella che raccontata, ecco, questo mi sembra una specie di miracolo».
Come è stato lavorare con Brizé, recitando in francese?
«L’incontro con Stéphane mi ha fatta crescere e ha cambiato anche il mio punto di vista su questo lavoro».
In che modo?
«È un regista che fa nel cinema una ricerca molto simile a quella che faccio io. Condividiamo l’aspirazione a una sorta di autenticità, di purezza dell’ascolto, nella recitazione e nella creazione. Diciamo che nel lavoro c’è una complementarietà, marciamo verso la stessa meta. Il suo metodo, che ha sviluppato negli anni, va a incontrarsi con la mia ricerca di attrice. Non è un caso che siamo tornati a lavorare insieme due anni dopo nel suo prossimo film, per Un buon petit soldat con Vincent Lindon».
Di recente l’abbiamo vista anche in «Tre ciotole» di Isabel Coixet. Capita spesso che la scritturino anche registi di altre nazionalità. Sa dire cosa cerchino in lei?
«Sinceramente non so. Quando Isabel ha deciso di raccontare la storia di Murgia ha immaginato un personaggio che viveva quella storia ma non era esattamente Michela, bensì la faceva risuonare. Mi ha cercata perché conosceva il mio lavoro. Per me è una doppia felicità: da una parte l’incontro con una regista che ammiravo molto e dall’altra parte la possibilità di incarnare la storia di Michela, provare a lasciare una testimonianza cinematografica del suo racconto».
Le capita spesso anche di essere richiamata da registi con cui ha già lavorato. Un lusso non da poco, giusto?
«Un lusso, è la parola giusta. Per esempio, a Lecco ci sarà anche Marco Bellocchio con cui ho lavorato spesso. Devo a lui la prima immagine di me su uno schermo cinematografico. Quando girava L’ora di religione coinvolse alcuni di noi studenti del Centro sperimentale di cinematografia. Con lui ho instaurato un rapporto e un dialogo attraverso gli anni e attraverso i film. Ogni volta tornare nel suo mondo è più facile perché si è creata una complicità artistica. Lo fai con più agio. Capita ovviamente con il cinema di mia sorella Alice, con lei c’è una consuetudine familiare di tempo e ricordi condivisi, quello è un’altro salto. Ovviamente anche con Saverio (Costanzo, il suo compagno, ndr). Ma penso anche a Laura Bisburi, Silvio Soldini, Daniele Luchetti, Luca Guadagnino. È una condizione privilegiata in entrambi in sensi, interprete e regista».
Questa edizione del Lecco Film Fest è dedicata a san Francesco. Il cinema ha provato spesso a misurasi con la sua figura.
«Mi viene in mente l’integrità di Francesco giullare di Dio di Rossellini, un film incredibile. È il risultato di una ricerca, non della pretesa di mettere in scena il personaggio. Mi piace pensare che questa figura così infinita rimanga infinita. E trovo che gli ospiti di questa edizione, come Stéphane, Marco, siano molto coerenti rispetto alla figura del santo. Che anche per me significa molto, amo il suo essere così radicale, è radice di un nuovo modo di guardare alla spiritualità».