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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Intervista a Carlo Pagnotta

Carlo Pagnotta, perugino, 93 anni il prossimo 13 agosto. Fondatore di Umbria Jazz, il più importante festival jazz italiano. È vero che non ha mai studiato musica?
«È una notizia mal riportata. Cominciai da ragazzo con il contrabbasso. La musica è difficile. È come ingegneria, infatti a Bologna non ho finito gli studi».
La sua era un famiglia di artisti?
«Avevamo un ristorante in centro a Perugia, si chiamava Trasimeno, l’ho chiuso io e ancora lo cercano. Mio padre diceva: “Se rinasco rifaccio questo mestiere”. Mi madre gli rispondeva: “E allora io non ti risposo”».
Se chiude gli occhi dove si rivede?
«Da piccolo a Camaldoli, mi portavano lì invece che al mare perché dicevano che ero nervosetto. L’altro ricordo è in collegio dai salesiani: le suore mi avevano cacciato. Ho ripetuto la quarta elementare».
Il suo percorso di studi.
«Il liceo scientifico al Convitto Nazionale Cicognini, lo stesso di Gabriele D’Annunzio, dove fece la famosa rivolta delle polpette, per protestare contro il menu del refettorio».
Lei era un facinoroso?
«Organizzai la rivolta del pane raffermo che si erano inventati di darci a colazione. Convinsi gli altri 200 studenti a comprare Pavesini e fare un bel rumore aprendo le confezioni tutte insieme».
Come ha scoperto il jazz?
«La sera ci ritrovavamo in camera alle 21. Era il 1949, io ascoltavo la musica in cuffia con la radio a galena. Mi imbattei nel festival jazz di Parigi con Gillespie e Parker. Andai subito da Nannucci a comperare il primo disco».
Quando è arrivata l’idea del festival?
«All’Università ho conosciuto Alberto Alberti, io facevo ingegneria, lui legge. Avevamo un doppio libretto universitario, che ci scambiavamo: una volta dava un esame lui, un’altra io e lo mostravamo a turno alle famiglie. Diventò un pezzo grosso del jazz, io invece avevo Sir Charles, un negozio british-style a Perugia. Non lo aprivo mai prima di mezzogiorno, vendevo giacche mica brioche... Nel 1953 con Adriano Mazzoletti, grande esperto di musica, avevamo fondato il circolo del jazz/hot club Perugia. Nel 1955 al teatro Morlacchi arrivò Louis Armstrong e l’anno seguente Chet Baker alla Sala dei Notari. Anni dopo parlando con Alberti ci venne in mente l’idea di un Festival con la Regione Umbria. Nacque così il 23 agosto del 1973, Umbria Jazz. La formula era rivoluzionaria: concerti gratuiti nelle piazze e nei luoghi storici. Avevamo portato la musica fuori dai teatri».
Umbria Jazz si apre dopodomani con Sting. Vi lega un rapporto di lunga data.
«Nella vita ci vuole fortuna e per caso seppi che Sting era andato a vedere Gil Evans al Blue Note di New York. Riuscì a contattarlo e lui accettò con entusiasmo di venire a Perugia, ma poco dopo il manager cancellò la data. Avevo il numero privato della sua casa newyorchese: lo chiamai ad ogni ora e alla fine mi rispose alle 8 del mattino, che qui era notte fonda. Mi garantì che sarebbe venuto. E così fu: davanti all’Hotel Brufani di Perugia mi disse: “Lo vedi? Sono qui!”». Era il 1987 e il concerto con Gil Evans orchestra fu un evento irripetibile».
Nel mezzo c’è stata anche la contestazione.
«Negli anni di Piombo fischiarono Chet Baker, reo di essere bianco. I commercianti avevano paura degli espropri proletari: entrarono in una pasticceria e la ripulirono. Decidemmo di chiudere e riaprimmo nel 1982».
Nel 1984 sul palco di Piazza IV Novembre si esibì la Dr Dixie Orchestra: c’erano Renzo Arbore, Pupi Avati e Paolo Conte al vibrafono...
«Lucio Dalla mi diede buca. Feci qualche telefonata d’emergenza agli amici di Bologna e mi dissero di sì».
Come andò?
«Renzo Arbore ebbe una crisi di panico dietro le quinte, era abituato alla radio e non aveva mai suonato in pubblico: gli diedi una spintarella e lo buttai sul palco con l’orchestra. Ci abbiamo riso: oggi è presidente onorario della Fondazione Umbria Jazz».
Elton John.
«Si esibì davanti a seimila persone sedute, con le prime due file riservate agli ospiti dello sponsor. Alcuni arrivarono in ritardo ed Elton John iniziò a suonare con i posti davanti vuoti. Ma anche quando arrivarono la situazione non migliorò: era gente in giacca e cravatta totalmente immobile. Alla fine, dopo il bis, disse in inglese: “e ora tornate pure nei vostri loculi...”».
Che lezione ne ha tratto?
«Che va pretesa la puntualità del pubblico. E le prime file sono per chi ama la musica».
Capricci da star?
«Lo stesso Elton John smontò il camerino e lo allestì di proprio gusto. Keith Jarrett non sopportava i flash e Bob Dylan pretese il ritiro degli smartphone del pubblico. E poi ci sono i brasiliani, se ne prendi uno arrivano in 25: Veloso venne con un codazzo di 30 persone».
Esempi virtuosi.
«Lenny Kravitz scese tra il pubblico, così come Prince e Sting. Un rito collettivo di divertimento assoluto».
La lista delle star mondiali che ha portato in Umbria.
«In questi 53 anni sono passati più o meno tutti: Quincy Jones, Miles Davis, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Diana Ross, Alicya Keys, i R.E.M, Phil Collins, Jeff Back con Johnny Depp, Liza Minelli, Gloria Gaynor, Lenny Kravitz, Gino Paoli, Danilo Rea, tutti...»
Il grande rifiuto.
«Aretha Franklin, che aveva paura dell’aereo e 30 anni prima era venuta in Italia e non era stata pagata. Poi Stevie Wonder, ma ci spero ancora».
Il concerto memorabile e quello che non ripeterebbe?
«Sting con Gil Evans e Sonny Rollins, ma quello che non rifarei sono i Chainsmokers. Sonny Rollins aveva nel porta-sax l’adesivo del nostro Jazz Club: quando andarono a prenderlo dopo il crollo delle torri gemelle uscì di casa mostrando al mondo quell’etichetta».
Eric Clapton, James Brown e Lady Gaga si sono esibiti all’Arena di Santa Giuliana.
«Di solo jazz non saremmo sopravvissuti, abbiamo introdotto delle contaminazioni. E Lady Gaga in coppia con Tony Bennett ha sorpreso anche me: suona il piano benissimo e sa molto di jazz».
Pino Daniele.
«Era il 2006 e c’era la finale dei Mondiali: guardò anche lui la partita e il concerto iniziò a mezzanotte. Fu una festa nella festa».
Alcuni insospettabili.
«Edoardo Pani, il nipote di Mina appassionato di sax, ed Eleonora Berlusconi, virtuosa dell’arpa: arrivò con la scorta e rimase due settimane per studiare alle Clinics del Berklee College».

Un talento scoperto?

«Jon Batiste, scovato a New Orleans, che torna anche quest’anno. O Samara Joy. Ma la prima fu nel 1973 una diciottenne Dee Dee Bridgewater: era talmente sconosciuta che nelle locandine sbagliammo il nome, scrivendo solo Dee».
Quanto contano le relazioni?
«Molto. Siamo riusciti a riportare Sarah Vaughan in Italia. Non voleva più metterci piede dopo che nel 1976 un fan si era denudato. La convinsi organizzandole un gala con l’imprenditore Fernando Ciai. Mangiò tartufi tutte le sere e venne anche Armani che le donò una stola in cachemire. Tre giorni a Perugia ci sono costati mica poco!».
Lei è molto attento al look.
«Ho portato un certo stile a Perugia: in negozio avevo i trench di Bogart e i doppiopetto di Cary Grant. Oggi non saprei più a chi venderli: anche mio figlio veste in jeans e con le tshirt dei festival».
L’artista più elegante.
«Miles Davis aveva una fissazione con Dolce & Gabbana. Spesso gli artisti li rivestivo io: a George Benson, che aveva la 48 di vita e la 54 di spalle, feci fare da Kiton una giacca su misura. Mi disse: “come sto comodo”. E ti credo...»
Qual è il segreto della sua straordinaria forma fisica?
«Dormo molto, non mi sveglio mai prima di mezzogiorno. E poi giro solo in business class e bevo champagne Cristal: ci ho fatto una discussione con Gianni Brera, che preferiva il Dom Perignon. Andavamo nella stessa trattoriaccia di Firenze, il Troia».
La cosa di cui è orgoglioso?
«Ho dimostrato che l’arte non è politica. Non avendo mai chiesto un piacere a un politico posso mandare a quel paese uno di destra e anche uno di sinistra».
È credente?
«Sono stato battezzato. E dai salesiani avevamo la Messa tutti i giorni».
Ha una sua spiritualità?
«Preferisco fare ancora il goliardo, almeno ci provo».