Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

Per Gaza rispunta Blair, il mediatore «sgradito». La ricostruzione è ferma

Provaci ancora, Tony. In un resort di lusso di Cipro, e fra le proteste d’una piccola folla pro-Pal («questa non è pace, questo è business!»), rispunta Tony Blair. L’ennesimo «rieccolo» è alla nuova riunione del Board of Peace, il cda per la ricostruzione di Gaza Riviera che il presidente americano Donald Trump ha allestito assieme a 28 Paesi. L’ex premier britannico non se n’era mai andato, a dire il vero, ma sembrava ormai in un angolo dopo le proteste dei Paesi arabi che, dal 2003, non hanno mai dimenticato il suo ruolo nella guerra all’Iraq.
Per evitare divisioni nel Board, Trump aveva scelto come capo un più anonimo ex ministro bulgaro, Nickolay Mladenov. Sottotraccia, però, l’inaffondabile Tony ha continuato a lavorare. Fino a lanciare l’idea d’un comitato per la transizione postbellica, che governi la Striscia al posto di Hamas. E a convincere la Casa Bianca: l’ex uomo di Downing Street è rientrato subito nei piani. E se Mladenov resta l’Alto rappresentante, d’ora in poi «i contenuti» del Board e gli aiuti umanitari saranno gestiti dall’inglese. A Cipro, Blair si presenta pieno d’altre trovate, prima fra tutte un progetto finanziato dagli Emirati per costruire nei prossimi quattro mesi «un complesso residenziale temporaneo» sulle rovine di Rafah, al confine di Gaza con l’Egitto. Nessuno s’aspetta che il premier Bibi Netanyahu dia l’ok alle ruspe, mentre va alle elezioni israeliane d’ottobre: un suo ministro ultrà, Bezalel Smotrich, contropropone addirittura la costruzione «immediata» di tre colonie nella Striscia. Ma è anche vero che Trump vorrebbe qualche risultato prima del voto Usa di novembre, e nell’agenda Blair c’è già la selezione delle imprese incaricate di rimuovere macerie e ordigni.
La questione Gaza è passata in secondo piano, in piena emergenza Iran. E dopo sei mesi, il risultato del Board è zero. In febbraio, a Washington, erano stati promessi dai Paesi donatori 17 miliardi. Pochi giorni dopo però era scoppiata la guerra con Teheran e, soprattutto dal Golfo, s’erano stretti i cordoni della borsa. Senza più riaprirsi. «La situazione è un disastro – descrive il cardinale Pierbattista Pizzaballa —, Rafah non esiste più e uno degli aspetti terribili, quando cammini a Gaza, sono gli odori e i topi: tantissimi topi, che mordono tantissimi bambini». Israele non concede nulla: limita gli aiuti e impedisce di montare anche un solo prefabbricato, finché Hamas non disarmerà. L’intelligence militare insiste: le milizie sono pronte a ricominciare la guerra. E al generale Eyal Zamir ha consegnato un rapporto su lanciarazzi e centinaia di Ied, ordigni anticarro fatti in casa, che il movimento avrebbe acquistato sul mercato clandestino. Non solo: la Forza Nukhba starebbe addestrando ragazzi dai 18 ai 22 anni, importando (via tunnel) droni e apparecchiature di comunicazione.
Queste pressioni israeliane per una ripresa della guerra non piacciono a Washington, dove l’esigenza è opposta. Secondo una tv israeliana, un fedelissimo di Trump sta incontrando da mesi un leader di Hamas, Khalil al-Hayya, per negoziare il disarmo: quali armi definire «pesanti», quali «leggere», come garantire la sicurezza… L’inviato è il rabbino Aryeh Lightstone, parla con Blair ed è naturalmente sotto la lente di Netanyahu, che non gradisce questi colloqui segreti: Hamas è pur sempre sulla lista nera del terrorismo. Con Al-Hayya, Witkoff s’è già incontrato in passato. Ma quando c’era la guerra e pendeva la questione degli ostaggi. «Ora è diverso», s’irritano a Gerusalemme: «O vogliamo considerare Hamas un interlocutore politico?».