Corriere della Sera, 1 luglio 2026
Hormuz, Usa e Iran trattano sui pedaggi
Care, calde, amare acque. A Hormuz, nulla sarà più come prima e ormai è chiaro: chi passerà, pagherà. Come già fanno le navi, 50 mila l’anno, che tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale solcano il pacifico Stretto di Malacca. Un pedaggio, volontario od obbligatorio è ancora da capire, che servirebbe a finanziare i servizi di sicurezza, di tutela dell’ambiente e di navigazione. Coi soldi raccolti da una fondazione privata, tipo la Nippon Foundation che a Malacca li ridistribuisce ai governi di Malesia e Singapore. L’ipotesi del tariffario pende da settimane, ma è ufficialmente uscita lunedì dall’incontro fra i due guardiani di Hormuz, Iran e Oman: tutti i dettagli sono ancora da definire e sono dunque queste le «ragioni tecniche» dell’incontro fissato oggi a Doha. Come verrà riscosso il pedaggio? E in quali proporzioni? Iraniani, omaniti e Usa la vedono molto diversamente: Teheran vuole un biglietto d’ingresso obbligatorio, cancellando per sempre i passaggi gratuiti che garantiva prima dell’attacco americano: Muscat s’accontenterebbe di tariffe inferiori e flessibili, pur volendo monetizzare una posizione strategica; Washington vorrebbe invece limitarsi a «contributi volontari» per tornare di fatto a una navigazione libera, com’era prima della guerra e del blocco iraniano.
Ci sono meno di due mesi, stabilisce l’accordo d’Islamabad, per trovare la quadra. Il suk del Qatar è aperto e da oggi si negozia. Il presidente americano Donald Trump ha inviato il fido Steve Witkoff, assieme al genero Jared Kushner: non vedranno direttamente gl’iraniani, arrivati ieri sera, e i colloqui saranno al momento in salette separate coi mediatori qatarini e pachistani. Teheran si sente rafforzata dagli ultimi sviluppi e non intende mollare, rivela il New York Times, anche a costo d’andare avanti da sola e nel caso l’Oman cedesse alle pressioni trumpiane, sfilandosi dalla mezza intesa discussa lunedì a Muscat col viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi. La dirigenza iraniana ha bisogno anche di non esporsi troppo alle critiche interne, dopo che i pasdaran più radicali hanno accusato il team negoziale di concessioni esagerate a Trump: «Non arretreremo rispetto ai nostri diritti, ai nostri interessi e ai nostri principi», promette il presidente Masoud Pezeshkian.
L’Oman, che non è stato invitato a Doha, è il piccolo convitato di pietra col quale americani e iraniani devono comunque fare i conti. Le convenzioni Onu sul diritto del mare hanno, nei principi fondamentali, l’assoluta libertà di navigazione: Teheran può ignorarle, non avendole firmate, ma Muscat no. Un blocco è un blocco, è stato l’avvertimento dell’Iran al sultano, e gl’iraniani non tollereranno a lungo scappatoie come i passaggi di petroliere sul lato omanita dello Stretto. Ieri una quarantina, trasportando il 10 per cento del fabbisogno giornaliero mondiale di greggio, e per Teheran sono cifre troppo alte. Lo Stretto è 50 chilometri da costa a costa, profondo solo 60 metri, è disseminato d’isolette strategiche e di postazioni militari. L’appendice geografica dell’Oman è a un lancio di droni dalle coste iraniane. In questi quattro mesi di guerra, per gli ayatollah, il sultanato è stato l’unico vero interlocutore nel Golfo: il loro primo problema, a Doha, sarà non chiudere anche questo canale.