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 2026  luglio 01 Mercoledì calendario

La rosa dei nomi per una Presidenza della Repubblica di destra

Ci sono i discorsi sull’ habitus istituzionale, sulla carica che conferisce autorevolezza a chi l’assume. È sempre stato così, sono ragionamenti che si trovano anche nei manuali di diritto costituzionale.
Ma ci sono anche i discorsi sui precedenti, e anche l’ultimo in ordine di tempo, perché sussurrano a Palazzo Chigi che Sergio Mattarella, che poi si è rivelato uno dei presidenti più amati dagli italiani, era poco più che un parlamentare della tradizione democristiana per molti cittadini, prima di giurare come prima carica dello Stato.
Il profilo
Il primo livello della discussione riguarda il profilo: politico oppure indipendente?
A destra o nel centrodestra, nel governo o ai vertici stessi delle istituzioni, i giochi non sono entrati nel vivo. Ma molti hanno voglia di parlare. La previsione è parente del pettegolezzo, e quest’ultimo lusinga gli interrogati. E il fatto che Giorgia Meloni abbia per la prima volta fatto riferimento a un inquilino del Quirinale, il prossimo, di destra e non di sinistra, autorizza un ventaglio di indicazioni possibili, alcune accompagnate spesso da una postilla: «Questo è l’unico vero candidato esistente», con l’obbligo però di non rivelare il nome. Una rosa di nomi è invece esercizio più agevole, e non si può che iniziare da Ignazio La Russa, che dà lui stesso almeno un paio di indicazioni, anche se non vuole rilasciare dichiarazioni ufficiali. La prima è che io «ho già detto che non sono interessato, e non lo sono davvero».
La seconda è quella sull’identikit: in ogni caso per la seconda carica dello Stato, se davvero il centrodestra dovesse avere le carte per scegliere il vertice delle istituzioni italiane, «meglio un politico che un uomo di area, o di un indipendente gradito a tutti. Preferisco chi milita in un partito».
Insomma un politico a tutto tondo meglio di altri. Eppure Mario Draghi, che di professione non ha mai fatto il politico, che non è di sinistra ma nemmeno di destra, fa capolino in diverse suggestioni in seno alla maggioranza di Giorgia Meloni. E in una di queste è accompagnato da un dettaglio: «La sua candidatura si rafforza se la legge elettorale restasse quella che è, su questo non ci sono dubbi», dicono fonti di governo. Del resto di fronte a un testa a testa, anche parlamentare, una figura indipendente e autorevole come quella dell’ex premier, oltre che ex governatore della Banca centrale europea di Francoforte, non dispiacerebbe alla destra di governo.
Ma nel partito di Giorgia Meloni affiorano anche altri nomi. «Lei non vuole, almeno così dice per ora, ma non si sa mai», dicono i suoi collaboratori, e in questo caso toccherebbe alla stessa premier cambiare idea, se così stanno davvero le cose e se mai avesse la chance di fare un salto di carica. E in questo caso si accende subito nelle discussioni un altro corollario: «Se Meloni andasse al Colle sarebbe finalmente la volta buona per approvare il presidenzialismo, quale miglior viatico di un capo dello Stato che è sempre stato presidenzialista?». Insomma il Colle sarebbe anche un rivincita possibile, tutta da scrivere, di fronte al fallimento della riforma del premierato, restata al palo in questa legislatura, ma lanciata con grande enfasi quattro anni fa. Poi scavando emergono altri nomi. Nella Lega il più gettonato è Giancarlo Giorgetti, che sarebbe ben visto anche dal partito di maggioranza relativa. E sempre nel partito di Meloni l’attuale commissario europeo Raffaele Fitto, tradizione democristiana come Mattarella, una vita in politica, apprezzato in modo bipartisan per le sue doti di equilibrio, entra nella rosa dei quirinabili in modo molto fluido, sempre a patto che il centrodestra possa dettare le regole del gioco.
Un identikit che per alcuni aspetti incrocia quello del sottosegretario della presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, magistrato che da quando fa politica ha militato in un’area culturale di centrodestra e che Giorgia Meloni considera uno dei suoi più preziosi collaboratori.