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 2026  giugno 30 Martedì calendario

Licenziata dopo il periodo di prova, maxi risarcimento per la cameriera: l’albergo deve versarle 60mila euro

Ha lavorato solo cinque giorni nell’hotel di lusso dove era stata appena assunta come stagionale, ma il costo per l’azienda è stato di circa 60mila euro: 49mila euro di risarcimento più 4mila 500 e 6mila euro di spese legali. Questo perché il licenziamento della dipendente dopo un breve periodo di prova è stato ritenuto illegittimo sia dal giudice del lavoro che dalla Corte d’appello di Venezia. A monte pare esserci stata una sorta di ingenuità, che alla società datrice di lavoro è costata molto cara. L’averla chiamata in sede, sia pure solo per prendere confidenza con le attività e mansioni che avrebbe dovuto svolgere alcuni giorni (tre) prima dell’inizio formale del rapporto, per i giudici ha costituito una forma di lavoro nero. E questo ha reso nulle tutte le prerogative del datore di lavoro, trasformando un rapporto a termine in un tempo indeterminato e facendo scattare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Morale: 12 mensilità, più tredicesima e quattordicesima a titolo di risarcimento, più altre 15 perché la rinuncia al reintegro.
Per l’azienda, una vera e propria beffa, considerato quanto è costata la “prova” di una persona che poi non è stata ritenuta idonea all’incarico.
Per il sindacato, invece, un trionfo in punta di fioretto (giuridico). Il dispositivo della sentenza d’appello è stato depositato la scorsa settimana e ovviamente per il datore di lavoro sarà possibile il ricorso per Cassazione. Tuttavia, questo sembra essere un caso davvero di scuola: circa 7.500 euro per giorno lavorativo, un compenso da grande manager.
La vicenda risale alla primavera del 2024, quando una giovane era stata chiamata a lavorare all’hotel Ausonia & Hungaria del Lido di Venezia, un cinque stelle lusso, come cameriera di sala. Al quinto giorno, però fu licenziata a voce per non aver superato il periodo di prova. A quel punto la pratica passò al sindacato autonomo Fiadel Csa Cisal, nella persona del conciliatore sindacale Marco Parrino: contestato sia il licenziamento durante il periodo di prova in quanto fatto oralmente, sia il termine del contratto, asserendo che la donna avesse lavorato senza titolo per tre giorni prima dell’inizio del rapporto. Dopo un tentativo di conciliazione fallito, l’ex dipendente si costituì in giudizio con degli avvocati Emanuele Carniello e Giulia Zucchini dello studio Avvecom di Padova contro la società Dogale Ospitalità e Benessere Srl, con l’avvocato Pierpaolo Favaron dello studio Bianchini & Favaron di Venezia. In primo grado la società aveva categoricamente escluso che la lavoratrice avesse mai lavorato in nero. Alcune testimonianze, tra cui quelle di alcuni dipendenti, avevano evidenziato che, pur fermandosi poco, aveva cominciato ad apprendere il funzionamento del sistema gestionale computerizzato e questo, per la giudice Anna Menegazzo, costituiva lavoro vero e proprio, a differenza della prova divise. Il riconoscimento di quei tre giorni “irregolari” è costato all’azienda l’annullamento di tutte le tutele a suo favore. In appello, presidente Gianluca Alessio, è stata confermata in una sola udienza la sentenza di primo grado. La motivazione deve essere ancora depositata, ma gli ex datori di lavoro ricorreranno certamente per Cassazione, in quanto si ritengono vittime di questa situazione.
«Esprimiamo soddisfazione – commenta Parrino – per aver tutelato la dignità ed i diritti della lavoratrice oggetto della vertenza, ma esprimiamo preoccupazione, a prescindere dal caso in esame per quanto vediamo nel settore turistico, dove sono frequenti casi di contratti a termine con periodi di prova non sempre corretti».