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 2026  giugno 30 Martedì calendario

Intervista a Barbara Bouchet

«È stato duro scrollarmi di dosso l’etichetta di sex symbol. In questi anni ho accettato di farmi riprendere con le rughe, i capelli bianchi – in ruoli anche piccoli – pur di essere presa sul serio come attrice». È lo sfogo appassionato di Barbara Bouchet, che racconta con orgoglio del Nastro d’Argento Speciale «del tutto inaspettato», dice divertita – che ha ricevuto per il suo ultimo film da protagonista, Finale: Allegro di Emanuela Piovano, dopo il riconoscimento ottenuto al Bif&st di Bari. Protagonista è l’ottantenne Karina, ex pianista di successo che vive sola e vuole ricorrere al suicidio assistito presso una struttura specializzata di Ginevra. Ma alcuni incontri improvvisi cambieranno tutto e il finale sarà sorprendente.
Cos’ha in comune con Karina?
«Come lei sono forte e indipendente. Io a 15 anni ho lasciato San Francisco, dove la mia famiglia si era trasferita dalla Cecoslovacchia, per cercare fortuna a Los Angeles».
Sua madre non la trattenne?
«Mi spinse lei, voleva salvarmi. I litigi fra i miei erano terribili. Mio padre venne a cercarmi, ma lo mandai via piangendo. Ebbi lo stesso dilemma con mio figlio, Alessandro Borghese (cuoco e conduttore Tv avuto dal marito, Luigi Borghese, ndr), che a 18 anni mi disse di voler lavorare sulle navi da crociera».
Come si comportò?
«Lo lasciai andare, anche se nel 1994 finì sull’Achille Lauro, nave che si inabissò. Rimase tre giorni su una zattera di salvataggio».
Il film parla di un nuovo inizio quando tutto sembra finito. È successo anche a lei?
«Sì, se parliamo della carriera. Non mi avevano mai offerto ruoli seri perché venivo dalla commedia. E non ero amica dei registi che contavano».
Vuole continuare a recitare?
«Non ci penso proprio a smettere, basta che siano ruoli adatti alla mia età. Come quello di Gioia Mia, per cui Aurora Quattrocchi è stata premiata con il David. Mica nascondo le rughe io».
Un altro tema è il suicidio assistito, che ne pensa?
«Sono favorevole per esperienza diretta. Quando mia sorella stava morendo, i medici le hanno praticato l’accanimento terapeutico. La vidi soffrire in maniera terribile».
La protagonista è un’anziana lesbica, non trova sia raro al cinema?
«Si parla sempre di uomini gay, mai di donne. Il tema non è certo affrontato in maniera pruriginosa, come quando girai Alla ricerca del piacere (’72). I tempi sono cambiati, qui c’è un personaggio a tutto tondo».
Negli Usa recitò in film di grande successo come, nel 1967, “Casino Royale": cosa ricorda?
«Il cast incredibile. C’era anche Woody Allen, che poi nel 2012 mi chiamò per il suo To Rome with love, girato nella Capitale. Purtroppo tagliò la mia scena e quelli di altri colleghi. Ci ingaggiò solo per fare pubblicità al film».
Essere bella a Hollywood: mai molestata?
«I maschi sono maschi, con tutto quel testosterone... Quando hanno una bella ragazza davanti, cosa puoi aspettarti?».
Brutti episodi?
«Un agente prima di iniziare un colloquio mi disse di andare in toilette a bagnarmi la maglietta. Me ne andai sbattendo la porta».
Ebbe storie d’amore con qualche collega?
«Sì, Warren Beatty. Fini presto, però, perché lui voleva fare sesso a tre».

Perché venne in Italia?
«Ero corteggiata dall’avvocato della Paramount, che si diceva fosse mafioso. Mi regalava diamanti pacchiani, che rifiutavo: non ci pensavo proprio a vendermi. Minacciò di distruggere la mia carriera e io scappai dagli Usa».
Da noi divenne subito una star?
«Sì. Mi specializzati in horror e commedie erotiche che con il loro incassi hanno mandato avanti per anni la macchina produttiva del cinema italiano, anche se a noi non pagavano i contributi. Ora ho la pensione minima (511 euro, ndr), qualcosa di simile a Stefania Sandrelli.
Sono fiera soprattutto di un film che è sparito: Valeria dentro e fuori del 72».
Di cosa parlava?
«Impersonavo una pazza ninfomane e mi feci anche imbruttire. Per la prima volta si videro le mie doti da attrice».
Faceva provini anche per ruoli in film d’autore?
«Capitò con Vittorio De Sica per Il Giardino dei Finzi Contini (’71) ma ero talmente insicura e agitata che mi impappinai».
Un altro ruolo che le piacque?
«L’anatra all’arancia (’79) di Luciano Salce. Monica Vitti non voleva bionde che la oscurassero e io dovetti mettere la parrucca. Dissero lo stesso che le rubai la scena».
I paparazzi la tormentavano?
«Non più di tanto. Ricordo uomini, però, che mi invitavano a cena dopo aver chiamato i fotografi per spartirsi con loro la vendita degli scatti».
Fece anche tv?
«Lascia il cinema a 39 anni, stanca di fare sempre lo stesso ruolo. Accettai l’offerta di Berlusconi, che pagava molto bene, per fare Beauty Center Show, in cui ballavo e cantavo. Edwige Fenech, considerata la mia eterna rivale, fece uno show simile dopo il mio, ma non ebbe successo».
"Finale: allegro” piacerebbe al suo fan di sempre, Quentin Tarantino?
«No. Ma gli sono grata perché ha fatto rivalutare i miei film».
C’è mai stato un flirt tra di voi?
«No! Lui è da sempre innamorato dei miei bellissimi piedi, che si vedono nella famosa scena del ballo in Milano: Calibro 9 (’72). Ancora adesso non ho un callo e ho le dita perfette».