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 2026  giugno 30 Martedì calendario

Giuseppe Abbagnale ricorda la sua carriera sportiva

Ci sono campioni che vincono, e poi ci sono fuoriclasse che finiscono per rappresentare un’epoca. I fratelli Giuseppe, Carmine e Agostino Abbagnale appartengono a questa seconda categoria. Giuseppe è il primogenito: due ori olimpici e sette titoli mondiali nel canottaggio “due con”. Il racconto comincia da lui e da uno zio insistente: Giuseppe La Mura, medico di professione, allenatore al Circolo nautico Stabia. «A me piaceva il calcio, la mia famiglia era contadina e pensava ai campi e a far laureare i figli», racconta Abbagnale senior. «Lo zio invece cercava di ingrandire il parco atleti del circolo. Convinse me e mamma, poi Carmine e Agostino trovarono il solco tracciato».
Tre fratelli nello stesso sport: siete diventati in fretta un simbolo. Chi comandava in barca?
«Per certi aspetti è stato un vantaggio essere fratelli, perché non c’era bisogno di grandi parolate per stabilire le questioni tecniche. Uno sguardo era sufficiente».
Detta così, lei e Carmine sembrate una coppia ad alta tensione.
«Trascorrevamo insieme molto tempo. Era inevitabile qualche contrasto, superato dal fatto che avevamo un obiettivo comune: vincere. E poi andando avanti con l’età si matura anche dal punto di vista relazionale».
Eppure si racconta che in allenamento lei si arrabbiasse spesso…
«Mi arrabbiavo… diciamo che ero esigente, molto esigente. Le liti non riguardavano la sfera personale: ero io che pretendevo di più da un ragazzo più giovane di me, che aveva bisogno di tempo per crescere e aveva un carattere diverso dal mio».
Il rapporto con Peppiniello di Capua?
«È stato il nostro storico timoniere. L’avevo conosciuto al circolo Stabia prima ancora di salire in barca con Carmine. Abbiamo vissuto un percorso sportivo completamente in simbiosi».
Di quale campione avrebbe messo il poster in camera?
«Nei villaggi olimpici hai la fortuna di incontrarli tutti. In quegli anni l’Italia schierava personaggi simbolo come Pietro Mennea, Jury Chechi, Sara Simeoni».
Che ricordi ha della vittoria a Seul nel 1988?
«Ancora mi emoziona. Un successo olimpico già di per sé rimane impresso con forza nell’immaginario di un atleta. Però in Corea c’era una famiglia intera che tornava a casa con una medaglia d’oro al collo (Giuseppe e Carmine nel “2 con” e Agostino nel “4 di coppia”, ndr). Tre fratelli vincenti in una edizione dei Giochi sono un record».
Anche le telecronache di Giampiero Galeazzi sono da primato. Urlava “non li prendono più!” e “andiamo a vincere!”.
«Ho avuto la fortuna di averlo come commentatore dall’inizio alla fine della nostra carriera. La sua voce ha trasferito il pathos ai telespettatori. Ancora oggi quando si parla di canottaggio si cita Galeazzi. Altrettanto, se si parla di Giampiero, molte volte in tv esce una telecronaca degli Abbagnale».
È vero che a cena si mangiava tutto lui?
«Pure a pranzo e colazione, se è per questo. Non a caso lo chiamavano “bisteccone"».
Se non avesse fatto il campione di canottaggio che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
«Come tutti i ragazzini a me piaceva giocare a calcio. Non ho mai avuto la possibilità di poterlo fare in maniera assidua, perché la mia famiglia di sport aveva poca dimestichezza. Con il mio spirito sportivo avrei praticato qualsiasi disciplina. Fortunatamente zio Giuseppe è arrivato per primo».
Durante i Giochi olimpici di Londra 2012 tre fermate di metropolitana erano dedicate ai fratelli Abbagnale.
«Sì, gli organizzatori avevano deciso questo riconoscimento ai campioni dello sport durante il periodo della manifestazione. È stato un onore».
Da uomo di sport che opinione si è fatta del caso doping di Alex Schwazer?
«Ho delle idee che probabilmente non sono allineate con quelle della maggioranza. Alex è stato condannato una prima volta e ha ammesso di essersi dopato, quindi su questo aspetto non vi sono dubbi. Quello che è successo dopo è molto più incerto, e ci sono elementi che purtroppo non contribuiscono a fare chiarezza. Mi dispiace, perché comunque rimane un grande campione con una grande macchia».
A quante cose ha rinunciato per diventare quello che è?
«Non ho rinunciato a nulla, ho solo usato il mio tempo diversamente. Non mi sono divertito come altri miei coetanei, ma in compenso ho avuto la fortuna di girare il mondo e di ampliare il mio bagaglio di conoscenze, di cultura e di amicizie».
Si allena ancora?
«Non lo definirei così. Quando mi metto un’oretta all’ergometro giro il display per non vedere le mie attuali prestazioni, così mi illudo a 66 anni di avere ancora le stesse doti».
Le manca il terzo oro olimpico?
«Sì, è uno dei momenti che ancora mi tormenta. Era la mia quarta Olimpiade, Spagna 1992. La affrontavo da portabandiera dell’Italia, quindi ci tenevo fortemente. È arrivato un argento, un grande risultato dal punto di vista sportivo, ma la conclusione della gara mi ha lasciato l’amaro in bocca. È stata l’unica volta della mia vita in cui a un certo punto ho pensato “questa gara non la perderò”. E invece l’ho persa».
L’Italia segue i Mondiali di calcio da spettatrice. Che cosa insegnano gli sport olimpici?
«Per avere risultati servono elementi trainanti. Li hanno avuti la ginnastica quando c’era Chechi, la canoa con Rossi, il canottaggio con gli Abbagnale, il tennis con Panatta. Prima di Sinner, il padel sembrava destinato a prevalere. Il calcio in Italia non morirà mai, perché è lo sport più praticato, ma ha bisogno che le società coltivino i giovani per fare in modo che crescendo diventino i giocatori della nazionale».
Che cosa farà da grande?
«Il direttore tecnico al Circolo nautico Stabia, da dove è cominciata l’impresa dei fratelli Abbagnale».