Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 30 Martedì calendario

Nabir Berri, l’avvocato che può far saltare l’accordo Libano-Israele

«Sarebbe più facile spostare il corso del Litani verso Sud, fino al confine, piuttosto che spingere Hezbollah a Nord del fiume». Era la fine del 2023 quando il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri pronunciava l’inappellabile verdetto davanti ai diplomatici occidentali che gli chiedevano di convincere il Partito (armato) di Dio ad arretrare dalle loro posizioni per fermare la guerra al confine con Israele. Oggi l’avvocato sciita 88enne, che ricopre – ininterrottamente dal 1992 – la terza carica dello Stato, non ha cambiato opinione. Senza esitazione ha bocciato l’accordo quadro mediato dagli Stati Uniti tra Libano e Israele, l’ha definito nella sostanza un testo di imposizioni, sostiene che «non sarà implementato» e, agitando lo spettro della guerra civile, avverte che potrebbe spaccare la popolazione.
La sua posizione è ostinata e contraria rispetto a quella degli altri due vertici del Paese dei Cedri, il presidente Joseph Aoun (cristiano maronita) e il primo ministro Nawaf Salam (sunnita). Per Berri, l’accordo con cui lo Stato avalla il disarmo di Hezbollah rischia di amputare il potere sciita che lui rappresenta da più di quarant’anni, da prima ancora che il Partito di Dio facesse la sua comparsa sulla scena libanese.
La sua biografia affonda le radici nell’esperienza dell’imam Musa al-Sadr e del movimento Amal. Nato nel 1938 in Sierra Leone, da una famiglia di commercianti originaria di Tibnin, nel Sud del Libano, Berri cresce tra Beirut e la periferia sciita che per decenni ha vissuto ai margini del sistema confessionale, dominato da cristiani maroniti e sunniti. Studia legge, si fa notare nel movimento studentesco e trova il suo maestro nell’imam Musa al-Sadr, il leader che per primo trasforma il riscatto degli sciiti in un progetto politico nazionale. Quando al-Sadr scompare misteriosamente in Libia, nel 1978, è Berri a raccoglierne l’eredità alla guida di Amal. Da quel momento la sua vita si intreccia con la storia del Libano: la lotta contro Israele durante l’invasione del 1982; la guerra civile tra il 1975 e il 1990; le battaglie combattute contro quasi tutti gli attori del conflitto, Hezbollah compreso; e poi la lenta costruzione del potere sciita dentro le istituzioni.
In Parlamento, secondo il quotidiano saudita in lingua inglese Arab News che per il suo 80º compleanno ne compose un approfondito e colorato ritratto, si comporta con i deputati come «un insegnante di lunga data che usa minacce, battute e occasionalmente colpi di martelletto per mantenere l’ordine in una classe di studenti indisciplinati». Berri, nove figli e uno stuolo di decine di nipoti, non ha mai pensato di ritirarsi dall’incarico: «In politica non esiste la pensione». Il fatto che raramente abbia avuto avversari a contendergli il ruolo di presidente del Parlamento è dovuto – anche e in gran parte – al sistema politico libanese, concepito per distribuire il potere tra le diverse confessioni religiose in modo da garantire equilibrio e stabilità dopo la guerra civile. Tuttavia il meccanismo che prevede un presidente cristiano, un primo ministro sunnita e un presidente del Parlamento sciita (mentre i seggi del governo e del Parlamento sono equamente divisi tra musulmani e cristiani) ha finito per generare paralisi decisionale e stagnazione politica, e per alimentare una diffusa corruzione.
Finita la guerra civile, la rivalità con il Partito di Dio diventa un patto e Berri costruisce un’alleanza che, ancora oggi, è una delle colonne su cui si regge il Libano. Nel 2006, quando un dispaccio americano lascia intendere che in privato guardi con diffidenza il Partito di Dio, lui liquida le interferenze: «Nasrallah è come me». Tanto che, nell’ottobre del 2023, i combattenti di Amal affiancano Hezbollah negli attacchi contro Israele in solidarietà con Gaza.
Tuttavia resistono, tra i due gruppi alleati, differenze sostanziali e ideologiche. L’uno, Amal, è una forza nazionalista e meno teologica L’altro, Hezbollah, nasce dall’influenza della rivoluzione iraniana e resta fortemente ancorato a Tehran. Sono un tandem sciita che condivide l’esasperata ostilità a Israele. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, si riferisce a Berri come al «fratello maggiore» del gruppo. «Quando si tratta di resistenza (contro Israele, ndr), di obiettivi e di tutto il resto, siamo un corpo solo», ha detto Berri a proposito dei suoi legami con Hezbollah. «Non è una questione sciita. È una coalizione nazionale». Fino a oggi, così come nel 2024 e prima ancora nel 2006, il presidente del Parlamento è stato il canale chiave in tutti i cicli di trattative. Come lui, pochi possono offrire legittimità istituzionale, accesso a Hezbollah, memoria della guerra civile e capacità di trattare con i diplomatici stranieri. Ha saputo rendersi indispensabile anche a chi lo detesta. Perché quando il disegno straniero tocca davvero il nocciolo della sovranità armata sciita, Berri diventa l’uomo del “no”. Nelle ore del “rifiuto” Amal e Hezbollah sono tornati a parlare all’unisono.