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 2026  giugno 30 Martedì calendario

La scienza delle creme solari

La crema solare è molto più simile a un parafulmine che a uno scudo. Per capire perché bisogna partire da un raggio di sole, costituito da miliardi di fotoni, particelle che trasportano l’energia luminosa. Alcuni, quelli percepiti dai nostri occhi, hanno un contenuto energetico relativamente basso. Altri, quelli della radiazione ultravioletta (Uv), ne hanno uno molto elevato. Ed è proprio questo a renderli potenzialmente dannosi per la nostra pelle: quando la raggiungono, la loro energia può modificare le cellule.
La differenza tra Uvb e Uva
Non tutti gli ultravioletti sono uguali: ci sono gli Uvb, che possiedono una potenza maggiore e sono responsabili soprattutto dell’eritema solare e dei danni al Dna, e gli Uva, meno potenti ma molto più abbondanti e capaci di penetrare in profondità nella cute, colpendo collagene ed elastina e favorendo così l’invecchiamento cutaneo.
Contro queste radiazioni la pelle non è priva di difese: enzimi antiossidanti, sistemi di riparazione genetica e melanina, il pigmento che determina l’abbronzatura, lavorano in sinergia per limitare i danni. Ma quando l’esposizione è intensa o prolungata, tali strategie possono non essere sufficienti.
L’energia convertita e dissipata
È qui che entra in gioco la crema con i filtri Uv, in grado di assorbire gli ultravioletti. In particolare, in presenza della protezione, la loro energia non prosegue verso la pelle, ma viene trasferita agli elettroni del filtro, che passano temporaneamente a uno stato energetico più elevato, che dura pochi miliardesimi di secondo. Subito dopo tornano alla loro condizione iniziale, dissipando quasi tutta l’energia acquisita, sotto forma di una quantità minima di calore. Un processo che si ripete miliardi di volte mentre prendiamo la tintarella.
Filtri chimici e fisici
Questo meccanismo è tipico dei filtri organici, tradizionalmente chiamati filtri chimici, a base di carbonio, oggi i più diffusi nelle creme solari. Accanto a questi esistono poi i filtri minerali o inorganici, noti anche come filtri fisici, per esempio l’ossido di zinco e il biossido di titanio: analogamente ai primi, proteggono soprattutto assorbendo l’energia degli ultravioletti, ma anche riflettendo e diffondendo una parte della luce, come minuscoli specchi.
Come si misura la protezione
L’efficacia di tutto ciò si concretizza, per il consumatore, in una serie di indici riportati sulla confezione. Il più noto è l’Spf (Sun protection factor), che misura la protezione nei confronti degli Uvb. Ottenuto in laboratorio, indica quanto una crema ritarda la comparsa dell’eritema rispetto a una pelle priva di protezione. Per calcolarlo, i ricercatori applicano il prodotto nella quantità standard di 2 milligrammi per centimetro quadrato di cute. Per esempio, un Spf 50 significa che, in condizioni sperimentali, la pelle protetta deve ricevere circa 50 volte più radiazione Uvb rispetto a quella non protetta per sviluppare un eritema. Oltre all’Spf, ci sono altri indici, come il Ppd (Persistent pigment darkening), che valuta la protezione contro gli Uva. In Europa viene segnalato dal simbolo Uva cerchiato, che può comparire solo se la protezione contro questi raggi è pari ad almeno un terzo dell’Spf dichiarato.
L’importanza della formulazione
Dietro una crema solare non c’è una semplice miscela di ingredienti, ma un progetto di ingegneria dei materiali. Dato che nessun filtro è in grado da solo di proteggere contro tutti i tipi di ultravioletti né di mantenere la necessaria stabilità, le formulazioni moderne combinano varie molecole con proprietà complementari, spesso dieci o più: alcune sono più efficaci contro gli Uvb, altre contro gli Uva, altre ancora contribuiscono a mantenere l’integrità del prodotto nel tempo.
Inoltre, per distribuire le molecole in modo uniforme sulla pelle, vengono create emulsioni, polimeri filmogeni e sistemi di incapsulamento. Parallelamente, gli scienziati stanno sviluppando creme sempre più sostenibili, con l’obiettivo di ridurre l’impatto sugli ecosistemi acquatici e migliorare la biodegradabilità.