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 2026  giugno 30 Martedì calendario

Paolo Hendel ripercorre la sua carriera

L’ironia e l’autoironia, da sempre, come armi per resistere. Paolo Hendel sarà protagonista con Lucia Vasini (il 17 e il 18 luglio), di Terzo Tempo, al Festival di Borgio Verezzi, la rassegna che si apre l’8 luglio e che trasforma il paese in provincia di Savona in un palcoscenico. Comico irresistibile, che insieme alla Gialappa’s ha dato vita al cinico imprenditore Carlcarlo Pravettoni, sempre attuale, nella commedia messa in scena da Emanuela Giordano scherza sulla coppia.
Vasini è Costanza, donna piena di vita; il suo Domenico è rassegnato.
«Con Lucia avremmo potuto fare tantissime cose insieme. È una miniera d’oro di espressioni, invenzioni, in scena giochiamo. Ogni volta mi riporta con mano sicura al copione, capita di perdere il filo, un po’ perché ci divertiamo, un po’ per il mio rincoglionimento senile. Voglio citare Viola Lucio e Marco Mavaracchio, bravissimi, in scena con noi».
Sull’età ha scritto il libro “La giovinezza è sopravvalutata”: rapporto con gli anni?
«Uno dei padri della geriatria, il professor Francesco Maria Antonini, mi spiegò bene che conta come arrivare a quella che Andrée Ruth Shammah chiama “la grande età”. Può essere la stagione della fantasia e del gioco. Pensi a Ornella Vanoni, alle cose meravigliose che ci ha detto negli ultimi anni della sua vita. Si deve mantenere la curiosità, avendo dentro di sé la capacità di indignarsi. Mai tirare i remi in barca: “Non mi interessa più nulla”, lì si diventa vecchi».
E lei si indigna?
«Sì, per tante cose, per quel criminale di Netanyahu. Adesso c’è un tipo di indignazione che va per la maggiore, quella di chi passa le giornate a scrivere minacce e offese. Ma è un’indignazione sterile, nasconde odio, violenza e frustrazione. Quella sana, è confrontarsi. Cito Sant’Agostino: “La speranza ha due figli: l’indignazione e il coraggio”».
Si è definito «allegramente pessimista»: è della stessa idea?
«Sì. Fino a 26, 27 anni, mi sono preso sul serio. Mi occupavo dello sviluppo economico della provincia di Firenze, lavoravo dalle 8 alle 14. Mi ero lasciato alle spalle l’impegno politico a scuola e all’università, si pensava tutti: stiamo facendo il possibile, le cose cambieranno in meglio. Invece possono cambiare in peggio, e al peggio non c’è fine. Guardi l’Italia con i vannacciani di Futuro nazionale. Danno l’allarme perché sui citofoni ci sono più Abdul che Marie, pensano a Trump per il Nobel. Così Gatto Silvestro diventa presidente della Lipu».
Dal posto fisso alla comicità: sentiva il bisogno di cambiare?
«Sentivo il bisogno fisiologico di ridere delle cose che mi fanno paura e mi fanno arrabbiare. L’impegno politico si è riaffacciato nella satira, grazie al mio amico Sergio Staino, che non c’è più, e a Michele Serra, che per fortuna c’è ancora. La satira ha il merito di seminare sani dubbi, la eserciti per colpire e per autodifesa. Fa bene. Poi, lo so: le cose brutte restano tali, non si cambia il mondo con le battute. Ma aiuta».
Ha iniziato con David Riondino.
«Stesso liceo, a Firenze, in classi diverse. Venne a cena da me, seratina non proprio allegra. A un certo punto mi spiaccicai sulla faccia, con inesorabile lentezza, un pomodoro. Mi propose di accompagnarlo nei concerti e alle feste dell’Unità, vestito da maggiordomo. Così, nel mio percorso di ricerca, dal pomodoro passai alla mela, e dalla mela al cocomero. Detto tra noi, lo incidevo e poi lo spaccavo in testa».
E gli anni della Gialappa’s?
«Chiunque di noi comici, o presunti tali, sia capitato nelle mani della Gialappa, ha funzionato. Vuol dire che tutto parte da quei tre straordinari casi umani, Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci: hanno tempi comici eccezionali. Arrivavo con cinque battute e non riuscivo a stargli dietro. A loro si aggiunse Walter Fontana, la voce della scheda introduttiva di Pravettoni».
Carcarlo fu candidato per gioco nel 1997, a sindaco di Milano per la lista Asfalto che ride. Fu votato, la dice lunga: che pensò?
«Me ne vergogno. Quando la Gialappa mi propose il personaggio ebbi più di un dubbio, la tv mi riesce sempre meno del teatro, avevo paura che non funzionasse. Ricordiamoci che fu rottamatore, prima di Renzi. Slogan: “Porta il nonno a rottamare” e “Fondi l’anziano fuso”».
Nel 2009 era con la Cgil al Circo Massimo, sostenuto, così disse, da Califano, Topo Gigio, Pupo, Ezechiele Lupo e l’incredibile Hulk in rappresentanza della Lega nord. Oggi Pravettoni chi sceglierebbe?
«Per carità. Lo tengo chiuso in cantina, mangia il pastone e lo faccio visitare, ogni tanto, dal veterinario. È deluso perché con questo governo si aspettava di fare il ministro, non è stato considerato da una donna attenta come la premier Meloni».
Tra le follie, a “Francamente me ne infischio”, con Bisio eravate “le sorelle di Celentano”. Lei suora, sorella Gilda; lui la sexy Margherita.
«In studio mi resi conto di non sapere cosa fare, mi trovai vestito da suora, rimasi deluso da me stesso e quando tornai nel camerino ero così contrariato che detti una pedata a un mobile. Aveva l’ossatura in ferro, mi ruppi l’alluce. Mia moglie Valeria scuoteva la testa: “Che marito grullo”».
Che impara da sua figlia Marta, che ha 20 anni?
«Ho fatto tutto tardi, il grullo e il padre: studia a Bologna Lettere moderne ed è nata quando avevo 54 anni. Sono primiparo attempato. Marta ha un gruppo, suona, è saggia, riflessiva, si informa. Sa molte più cose di me. Mi fa capire, anche politicamente, che i giovani si impegnano».
C’è chi li definisce “indifferenti”.
«Mai. Magari hanno difficoltà a indentificarsi in una forza politica, come dargli torto. Ma credono in un mondo migliore, nell’ecologia, nell’accoglienza. Ora c’è questa follia demagogica della remigrazione. Cito cosa scrive Luigi Pintor in Servabo: “Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi”»