la Repubblica, 30 giugno 2026
Ricordi e aneddoti del film Novecento, 50 anni dopo
Uno spagnolo ha iniziato a piangere quando è entrato e ha smesso quando se n’è andato. Stefania Sandrelli tornò col compagno Giovanni Soldati perché proprio lì, sul set di Novecento, si erano conosciuti: lei già una star, insidiata da Gérard Depardieu, lui assistente alla regia di Bernardo Bertolucci. Anche Robert De Niro volle tornarci in visita privata, anni dopo, mentre quando Depardieu fu invitato da Carlin Petrini per un’occasione pubblica leggenda vuole che girò intorno in auto sbronzo e ripartì senza nemmeno scendere.
Non proprio tutti hanno serbato un bel ricordo di quell’azienda agricola, oggi magnificamente restaurata, dove la troupe di Bertolucci girò dal 3 luglio del 1974 per 14 mesi il capolavoro che ha tracciato un solco profondo nella storia del cinema, ma anche nella vita di tanti spettatori e attori. Uno dei bambini protagonisti, Paolo Pavesi oggi elettricista in pensione, nei panni di Alfredino (cioè De Niro) da piccolo, confessa di non aver vissuto bene quell’esperienza, come vedremo.
Novecento, il kolossal costato 4 miliardi di lire con 12 mila comparse, il 3 settembre festeggia i 50 anni dall’uscita italiana, dopo la prima fuori concorso a Cannes. A proposito, anche Thierry Frémaux, direttore del festival, è passato in pellegrinaggio qui, nella verdiana Bassa Parmense. Donald Sutherland si disse pentito di aver accettato quel ruolo in cui incarnava la malvagità assoluta, nei panni del crudele fattore squadrista Attila. Dicono che sul set lui fosse il più garbato e simpatico, ma alla festa di fine riprese all’hotel Maria Luigia – dicono anche – organizzò una cruenta battaglia di torte di panna e dovette poi ripagare otto milioni di lire di danni, di tasca sua. Per girare una delle scene finali nella porcilaia, Sutherland dovette restare vari giorni senza lavarsi (per farsi riconoscere dai maiali) e si narra che andò avanti un mese a iniezioni di metoclopramide contro la nausea. Così come si tramanda la malignità che nella scena della cattura della sua perfida compagna Regina, le comparse menarono sul serio Laura Betti, che non avevano ritenuto, diciamo così, particolarmente socievole. Sterling Hayden invece restò a spese sue per un altro mese in vacanza: amava farsi le canne nella stalla, dicono.
La famiglia di Alessandro Lusardi lavorava nella fattoria quando fece qualche scena a 8 anni (è il bambino della tribù paisàn dei Dalcò che viene spidocchiato durante il pranzo) e dal 2000 ne è il proprietario con la moglie Milly Freddi: ci hanno messo 40 anni per ridare vita e splendore alla Corte delle Piacentine, oggi per due terzi agriturismo Corte degli Angeli. Si ricorda, Alessandro, di quando giocava con Guillaume Depardieu, figlioletto poi scomparso nel 2008 dell’attore, comunicando in dialetto parmigiano «che ha molte assonanze col francese». Con quei soldi, 10-15 mila lire al giorno cash ogni sera, i genitori gli comprarono la bicicletta per consolarlo della rasatura a zero, al tempo roba da appestati.
La Corte, che oggi ha 35 ettari a foraggio, era uno stabilimento agrario da 700 ettari ideato dal Principe Giovanni Vidoni de’ Soresina e lasciato incompiuto nel 1834. Milly e Alessandro lo hanno riqualificato con grande gusto e rispetto rendendolo abitabile, come non era ai tempi del film quando fu il direttore della fotografia Vittorio Storaro a scegliere le tonalità di rosso dell’edificio. Di cineturisti venuti appositamente ne ricordano appena una dozzina in sei anni che l’hotel è aperto (le camere hanno i nomi dei protagonisti del film). Di quanto visto nel film restano all’interno intatte le stalle (dove si impicca Burt Lancaster/Berlinghieri: c’è ancora il gancio, e anche il voltafieno guidato da Attila), il granaio dove Olmo e Alfredo allevavano bachi da seta e guardavano la città lontana, la scala dove Olmo/Depardieu si imbatte in Anita/Sandrelli, la sala da pranzo ma soprattutto il grande cortile cuore del film.
Nelle ultime scene c’era anche Vilmo Schenetti, allora muratore 27enne, da Romanoro sull’Appennino modenese dove Bertolucci andò a scovarlo al bar («Non sapevo mica chi fosse»), cercando facce da partigiani montanari autentiche e “maggiarini” come lui, cioè interpreti dei maggi, canti montanari. Che recita ancora a memoria così come le sue battute nel film. La melodia nella primissima scena è la sua, poi fa vedere anche dove lanciò una bomba. «Alla Corte restai tutto il mese di maggio del 1975 – racconta divertito -, Depardieu volle provare la mia Lancia, Bertolucci era molto gentile e paziente. Al doppiaggio a Roma era indeciso sul finale e fece una proiezione con Mastroianni, la Loren, Benigni per avere pareri e c’ero anche io. Mi pagavano 40 mila lire al giorno, ma soprattutto dopo quel film mi facevano entrare gratis in tutte le discoteche della zona…», sorride. E non conferma il flirt con l’attrice tedesca Anna Henkel, la figlia di Olmo, ma sorride di più.
Sorride meno Pavesi, l’Alfredo bambino, che alla Corte non ha mai voluto tornare. Pare che non avesse detto neanche a sua moglie, di quel film. Il piccolo Olmo (il ferrarese Roberto Maccani, poi autotrasportatore) ha sempre ricordato volentieri quell’estate. Il suo amico no. «Sono stato bene al mondo, ma non per Novecento, anzi ho sempre cercato di nasconderlo. Diciamo che al tempo non c’era molta sensibilità per i bambini e girare certe scene morbose mi diede fastidio. Mia madre, che era maestra, assisteva sul set, ma non si accorse di nulla né io dissi nulla. A Bertolucci raccontai una barzelletta per farmi scegliere, lei era più contenta di me. Fu un’estate pesante. Tre mesi a lavorare dall’alba alla sera, studiando le parti in inglese. Avevo solo dieci anni… Quando il film arrivò al cinema non riuscì neanche a vederlo tutto, uscii prima. Anche dopo l’ho sempre trovato noioso, e guardi che io leggo Joyce e Tolstoj. Poi non mi piacque essere identificato con quel bambino borghese, ero anche io un socialista dalle tasche buche come Olmo».