corriere.it, 30 giugno 2026
Attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, 4 arresti
Quattro misure cautelari per l’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci nell’autunno dello scorso anno vicino Torvaianica. A eseguirle all’alba di martedì sono stati i carabinieri. Le accuse sono detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso.
Gli arrestati sono Pellegrino D’Avino, 26 anni, Antonio Passariello, di 53, entrambi di Avellino, come Saverio Mutome e Luca Amato, di 40 e 21 anni, quest’ultimo della provincia di Napoli. C’è anche una ragazza di 22 anni indagata. Secondo il gip hanno agito «tutti, su mandato di persona allo stato non identificata, nel preparare e programmare l’azione criminosa». Nel dettaglio Passariello ha procurato l’auto e gli altri tre hanno effettuato sopralluoghi nei giorni che hanno preceduto l’attentato. Poi Passariello e Mutone hanno eseguito il compito di «posizionare e far deflagrare l’ordigno esplosivo di cui sopra davanti l’abitazione di Sigfrido Ranucci».
L’esplosione davanti casa Ranucci
L’ordigno deflagrò davanti al cancello dell’abitazione del giornalista, provocando la distruzione delle sue due autovetture parcheggiate e danneggiando il muro perimetrale. Dalle indagini è emerso come gli attentatori abbiano usato esplosivi da cava ad alto potenziale, in particolare “gelatina da cava”, definito «materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente».
L’auto utilizzata dagli attentatori era una Fiat 500 X noleggiata in Campania individuata sulla via Pontina con riscontri collegati alle celle telefoniche. Il commando ha agito su commissione per fare un favore a qualcuno dietro un compenso economico. E come hanno scoperto i carabinieri, i mandanti, hanno fornito agli esecutori materiali soldi, schede telefoniche dedicate, assistenza legale e pianificando una loro eventuale fuga all’estero. Con evidenti tentativi di depistare le indagini. Nell’inchiesta ci sono anche alcuni indagati e nella mattinata di martedì sono state effettuate anche numerose perquisizioni domiciliari.
La testimonianza, l’autonoleggiatore
Importante la testimonianza di un automobilista che stava transitando su viale Po e che ha riferito di aver visto «un soggetto che stazionava davanti al civico 91. Un soggetto presumibilmente di sesso maschile, corporatura molto esile, con volto coperto da un passamontagna, alto circa 1,70 vestito di colore scuro» che si muoveva con fare sospetto. «Il soggetto si allontanava a passo svelto, attraversava la carreggiata ed aprendo uno sportello lato guida saliva a bordo di un’autovettura di colore nero di piccole dimensioni e lasciava il luogo in direzione dell’aeroporto militare di Pratica di Mare», aveva detto ancora il testimone aggiungendo di aver «udito un forte boato alle sue spalle constatando dallo specchietto retrovisore che tale esplosione era avvenuta presumibilmente all’altezza del civico 91, proprio nel punto dove aveva notato il soggetto con il passamontagna». Decisiva, come detto, l’individuazione del noleggiatore della Fiat sempre in provincia di Avellino dove il contratto era stato firmato dalla figlia della convivente di Passariello che si era recato con lei a ritirare la vettura.
Le intercettazioni: «Dobbiamo buttare i palazzi per terra»
Successivamente il titolare dell’autonoleggio, intercettato dai carabinieri aveva ammesso con un amico: «Ne hanno combinata un’altra con quella macchina, sto in caserma da stamattina, ora sono uscito... non mi hanno voluto dire che hanno combinato». «Dobbiamo buttare i palazzi per terra, la facciamo così potente che con un bottone: boom, mamma che combiniamo», diceva uno degli indagati a un complice. E ancora parlando sempre con un sodale: «Bello! Ma tu la puoi fare pure con il telecomando, lo sai? L’hai mai provata a fare con il telecomando? Se la fai con il telecomando ti guadagni i soldi, a me me le faceva un militare».
Il gip: «Non si acclara la finalità di uccidere»
Gli investigatori hanno ricostruito anche tutte le fasi della preparazione dell’attentato con il reperimento del necessario per comporre gli ordigni che hanno fatto saltare le auto di Ranucci davanti al cancello. Secondo chi indaga il gruppo di delinquenti comuni aveva comunque già agito per commissione in altre situazioni ma il giudice sottolinea che «deve evidenziarsi che, nel caso di specie, anche le modalità di collocazione dell’ordigno non consentono di acclarare la finalità di uccidere».