Corriere della Sera, 30 giugno 2026
Dai frutti di bosco all’acqua minerale. Così Mosca punisce la «nuova» Armenia
La lotta al Trogoderma Granarium è sempre stata una priorità per la Russia. Così come quella ai livelli in eccesso di idrocarbonati, cloruri e solfati. Il benessere del consumatore ha sempre la precedenza, ci mancherebbe altro. Dev’essere per questo che il Servizio fitosanitario (Rosselkhoznadzor) ha imposto il divieto di importazione a quasi tutti i prodotti di origine armena, compresi quelli soggetti a quarantena. Sospesi anche i trasporti in transito verso altri Stati membri dell’Unione economica euro-asiatica attraverso il territorio russo, lodevole iniziativa tesa a evitare ogni contagio.
L’allarme è alto. «Nel mese di giugno sono stati individuati tre casi di infestazione da Trogoderma Granarium in partite di noci, pesche secche e pomodori secchi provenienti dall’Armenia», affermano dall’ente. Un parassita onnivoro, a detta delle autorità non presente sul territorio russo, che attacca cereali, semi oleosi, legumi e altre colture, nonché le infrastrutture di stoccaggio e lavorazione. Secondo le preoccupate stime del servizio, è in grado di distruggere fino al settanta per cento delle scorte immagazzinate. Ma anche l’importazione della famosa acqua minerale armena Jermuk è stata vietata. A intervenire questa volta è stato il Rospotrebnadzor, l’ente per la protezione dei diritti dei consumatori, che ha rilevato un superamento dei livelli consentiti di alcune sostanze saline. «Informazioni fuorvianti sulle proprietà curative dei prodotti possono portare a un peggioramento delle condizioni dei nostri connazionali» è il severo monito che si accompagna al divieto.
Ma la guerra contro le possibili epidemie non conosce sosta. La Russia ha vietato anche l’importazione di fiori dall’Armenia, e poi quella di ortaggi freschi (pomodori, cetrioli, peperoni, verdure a foglia verde, fragole) e frutti di bosco, e poi della frutta con nocciolo e dell’uva, la frutta a semi, le patate, le melanzane e la frutta secca. In precedenza, erano state bloccate le forniture del celebre cognac armeno, vini, pesce vivo e altri prodotti ittici. Dall’Armenia non deve passare più uno spillo, ne va del bene pubblico. Ma forse, a pensarci bene, potrebbe esserci un’altra ragione per questo blocco quasi totale delle importazioni da Erevan. L’ha spiegata domenica scorsa con la sua consueta esuberanza Dmitry Medvedev, al congresso di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. «La rottura dei legami storici con la Russia» ha detto l’ex presidente diventato falco in purezza negli ultimi anni «porterà a inevitabili e severe conseguenze per tutti i cittadini dell’Armenia». Abbastanza chiaro.
Dopo la vittoria alle elezioni legislative dello scorso 7 giugno del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, dal Cremlino non è partito alcun messaggio di felicitazioni. Nella settimana seguente i complimenti sono arrivati in forma diversa, con una raffica di divieti, che si sono aggiunti ad altri che erano stati decisi alla vigilia del voto. Tra i valori in eccesso dell’Armenia, potrebbe anche esserci quello del riorientamento geopolitico dell’antica repubblica sovietica del Caucaso, che cerca sempre più di ridurre la sua dipendenza dalla Russia girandosi verso gli Stati Uniti e soprattutto verso l’Europa. Le ritorsioni economiche di Mosca erano cominciate nel maggio scorso, quando Erevan aveva prima ospitato un incontro della Comunità politica europea, con la presenza di Volodymyr Zelensky, e poi il suo primo vertice bilaterale con le più alte cariche dell’Unione europea. Ma dopo la riconferma di Pashinyan, principale fautore della svolta, nulla di armeno si salva più dalla scure dei controllori preoccupati della tutela dei cittadini russi. Sono state vietate anche le piante viventi, le sementi e le piante utilizzate in farmacia e in profumeria, la torba, il legno da lavoro e i trucioli da imballaggio, gli insetti e batteri destinati alla ricerca.
La Russia è di gran lunga il primo partner economico dell’Armenia, che destina a Mosca il 37 per cento delle sue esportazioni. Le restrizioni all’importazione di prodotti armeni imposte hanno messo a rischio beni di produzione locale per un valore di circa 594 milioni di dollari, pari al 2,4% del Pil, mettendo in luce la vulnerabilità del modello economico del Paese. Tanto per fare un esempio, le vendite di cognac verso la Russia ammontavano a 283,2 milioni di dollari, pari all’83% del volume totale, mentre quelle di pesce erano pari a 77,6 milioni di dollari (98%). Certo, la salute prima di tutto. «Alto rischio di virus patogeni provenienti dall’Armenia» è l’ultimo allarme lanciato dal Rosselkhoznadzor. Forse c’è un allarme di diverso tipo, che potrebbe avere causato qualche irritazione al Cremlino. Ma è solo un’ipotesi da malpensanti, si capisce.