Corriere della Sera, 30 giugno 2026
Le divisioni nella destra Usa sull’Iran
Tra i falchi della destra americana circola una dietrologia: il negoziato con l’Iran è una finta, serve a Donald Trump per far scendere il prezzo della benzina fino alle elezioni di midterm. Poi la guerra riprenderà, e finalmente andrà fino al rovesciamento del regime, unico obiettivo strategico degno di essere perseguito. Podcast vicini agli ambienti neocon, come School of War, Iran Breakdown, What the Hell Is Going On, danno un’idea di quel che agita questo mondo. Anche per notabili repubblicani come Lindsey Graham, il Memorandum in 14 punti su cui Vance sta negoziando è inaccettabile, a meno che sia un sotterfugio. Si è riaffacciato Mike Pence, ex vicepresidente che ruppe con Trump dopo il 6 gennaio 2021: stavolta è tra i falchi.
Ma una parte importante del mondo Maga si dissocia e dice: abbiamo perso, ammettiamolo e voltiamo pagina. Oren Cass è una voce di quest’ala realista. Cass ispira il nazionalismo economico di Trump, ha dato dignità teorica al protezionismo. La sua critica alla guerra contro l’Iran viene da una destra che vuole l’America forte, non imperiale. La sua tesi: la guerra è stata un errore, e ora i suoi sostenitori cercano di evitare il bilancio del fallimento chiedendo altra guerra. È la logica dell’escalation infinita. Ogni conflitto viene presentato all’inizio come necessario, rapido, risolutivo. Quando non produce i risultati promessi, la colpa non viene attribuita alla scelta iniziale ma alla mancanza di determinazione. Bisognava colpire di più, restare di più, rischiare di più.
Cass distingue successo tattico e vittoria strategica. Nessuno dubita che gli Stati Uniti sappiano bombardare, distruggere navi, colpire installazioni. Ma non è questo il metro della vittoria. Le guerre si vincono se gli obiettivi politici vengono raggiunti. Nel caso iraniano non è accaduto. L’America ha inflitto danni pesanti, ha rallentato il programma nucleare, ha distrutto infrastrutture militari. Ma il regime è sopravvissuto. Anzi, può presentarsi al proprio popolo e alla regione come un potere capace di resistere all’attacco congiunto americano e israeliano.
Quando Teheran ha reagito chiudendo Hormuz e colpendo infrastrutture del Golfo, gli interventisti hanno detto: ecco la prova che l’Iran andava colpito. Cass risponde: no, quella reazione era prevedibile proprio perché Washington aveva trasformato il conflitto in una minaccia esistenziale per il regime.
Prima dell’attacco americano, l’Iran non stava facendo quelle cose su quella scala. Poi gli Stati Uniti hanno alzato la posta senza essere pronti a pagare il prezzo necessario per vincere.
Non c’era una preparazione politica. Non c’era un consenso nazionale. Non c’era una spiegazione chiara agli americani sul perché valesse la pena affrontare costi economici, rischi energetici, eventuale invio di truppe, possibile allargamento regionale della guerra. Uno stratega serio presume sempre che il nemico farà ciò che noi vorremmo evitare. Non si può costruire un piano militare immaginando che l’avversario collabori con la nostra sceneggiatura.
L’Iran ha subito i danni materiali più gravi. Eppure, nel bilancio strategico di Cass, esce più credibile di prima. Ha costretto Washington a cercare una via d’uscita diplomatica. Non è Teheran che supplica la pace: è l’America che deve negoziare perché non vuole continuare l’escalation. Dire «l’Iran non deve avere l’arma nucleare» non significa avere i mezzi per impedirlo. La politica estera non è una dichiarazione d’intenti. È un rapporto tra fini, mezzi e costi. Il memorandum con l’Iran sarà forse un cattivo accordo rispetto allo status quo precedente. Ma la vera umiliazione, per Cass, non è firmarlo. È aver combattuto una guerra che ha prodotto quella situazione. Chi oggi insulta i negoziatori somiglia a chi ha mandato l’auto fuori strada e poi se la prende con il carro attrezzi.
Il giudizio su Trump è ambivalente. Questo settore della destra Maga critica la decisione di iniziare la guerra, ma gli riconosce un merito se ora è disposto a fermarsi. Tagliare le perdite è una scelta rara e ingrata. Un leader che ammette implicitamente il fallimento viene accusato di debolezza; quelli che chiedono di continuare possono sempre dire che la vittoria era dietro l’angolo. Per questo uscire da una guerra sbagliata richiede più coraggio che entrarci.
Dentro la destra americana si combatte una battaglia culturale: da una parte l’interventismo neocon, convinto che ogni sconfitta nasca da un difetto di volontà; dall’altra un realismo conservatore che misura la potenza dai risultati ottenuti. La conclusione di Cass: se l’America è condannata ad avere leader così imprudenti da iniziare guerre sbagliate, speriamo che siano abbastanza saggi da finirle.