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 2026  giugno 30 Martedì calendario

Venezuela, la missione di soccorso Usa dopo il sisma promette di diventare permanente

Il continuo passaggio dei jet e degli elicotteri americani nei cieli sopra la «zona rossa» è il più evidente e rumoroso segnale di una realtà di fatto: la US Force ha invaso pacificamente il Venezuela, per portare aiuto, e forse per restarci. Oltre 130 marines e militari Usa sono arrivati a Caracas e nel porto settentrionale di La Guaira nelle ultime ore. Si aggiungono a circa 100 militari dell’aeronautica che erano già sul posto e che hanno riaperto parzialmente al traffico l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, pesantemente danneggiato dai terremoti di mercoledì scorso. E la Uss Fort Lauderdale, nave d’assalto anfibio per il trasporto di truppe e attrezzature, è ancorata nelle acque al largo della costa, potente simbolo della potenza a stelle e strisce.
Ufficialmente, la missione dei marines sarà «aprire il porto per consentire l’arrivo via mare di rifornimenti e attrezzature essenziali alle regioni più colpite» dal terremoto, secondo il Comando degli Stati Uniti per l’America latina e i Caraibi (Southcom). Difficile, però, che una volta messo piede militarmente in Venezuela, se ne vadano. È diffusa l’idea che gli Usa stiano pianificando una base permanente proprio sulla strategica costa di La Guaira, dove ora stanno portando gli aiuti.
E poi ci sono gli oltre 250 soccorritori statunitensi, tra cui tre brigate cinofile, inviati nel Paese sudamericano «per contribuire alla ricerca di potenziali sopravvissuti». Finora, sono quelli che hanno avuto maggior successo nelle complesse operazioni di recupero, suscitando tra le altre brigate internazionali un pizzico di invidia e pure qualche critica per il modo disinvolto e fin troppo autonomo con cui scelgono i propri, fortunati, siti di ricerca. Comunque sia, sono stati loro, tra sabato e domenica, ad estrarre due neonati illesi dalle macerie, conquistando grandi titoli sui principali quotidiani del Venezuela una volta nemico.
Se l’ex Diavolo Americano doveva trovare un modo per farsi voler bene in fretta da tutto il popolo venezuelano, anche da quella minoranza che ancora rimpiange il «chavismo», la natura gliel’ha offerto nel modo più tragico ed efficace. Gli Stati Uniti ormai sono per tutti «un alleato» e il rancore coltivato per vent’anni dal regime socialista sta sbiadendo ancor più velocemente delle immagini di Nicolás Maduro che ancora tappezzano i muri delle autostrade e di qualche piazza popolare. Perfino il raid del 3 gennaio, che ha portato alla cattura dell’ex presidente autocrate e alla morte di un centinaio di persone, tra civili e militari, sembra ormai perdonato.
D’altra parte, il Venezuela già in ginocchio economicamente non potrà certo risollevarsi da solo dalle rovine di questa catastrofe. E il dipartimento di Stato americano ieri ha annunciato di aver aumentato a 300 milioni di dollari il proprio contributo diretto per far fronte all’emergenza.
Il mandato costituzionale di Delcy Rodríguez dovrebbe terminare ad inizio luglio, quando scadranno i 180 giorni della sua presidenza ad interim. In questo quadro di caos e tragedia, è probabile che la Corte Suprema dichiari impraticabile indire nuove elezioni. Anche perché la Casa Bianca ha già chiarito che è troppo presto per il ritorno di María Corina Machado, che preme dall’esilio. La settimana scorsa, la leader dell’opposizione ha tentato di recarsi dagli Stati Uniti a Curaçao per poi rimpatriare ma, secondo indiscrezioni di Bloomberg, l’amministrazione Trump l’avrebbe informata che il suo ritorno sarebbe avvenuto senza il sostegno del governo statunitense. La democrazia, insomma, può attendere. La base Usa, forse, no.