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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Paolo Massa descrive i tesori dell’archivio della Camera

«Questa è la segreta in cui si pensa che sia stato detenuto Galileo Galilei, la vede quella scala? Da lì è passato per salire nella sala di sopra, dove lo aspettava il tribunale dell’Inquisizione». Paolo Massa, sovrintendente dell’archivio storico e bibliotecario della Camera dei deputati, è non solo un erudito, se avesse scelto un’altra strada sarebbe stato un incredibile comunicatore, un Piero Angela della storia. Gli si dà una nota e compone una pagina di pentagramma, svolazza tra libri, aneddoti, luoghi, dipinti, affreschi e citazioni come un’ape su un prato. Il suo ufficio è a palazzo San Macuto, si affaccia sul corridoio dove i domenicani-inquisitori avevano il loro refettorio comune. Ci tiene a mostrare subito un tesoro, coperto da un telo verde, tenuto in un angolo di una sala foderata di antichi manoscritti. «Venga, mi aiuti a scoprirlo. Bello eh? Lo sa cos’è? È un uroboro, il serpente-drago, un antico simbolo esoterico che viene dall’Egitto, rappresenta l’infinito ed è arrivato fino a noi perché il Cristianesimo l’ha assimilato come tante altre cose». La luce soffusa illumina debolmente un enorme serpente intrecciato di metallo, lungo circa due metri, con la testa dorata e luccicante. «Questo qui stava in alto, sulla facciata di Montecitorio, prima che i piemontesi sostituissero il vecchio segnatempo papalino con un moderno orologio: indicava il tempo della Chiesa, il tempo delle preghiere». Massa sorride sornione per l’effetto sorpresa e torna a sedersi alla sua scrivania.
Da quanti anni sta qui dentro?
«Sono quasi quarant’anni, ma a luglio vado in pensione».
Quali sono le cose più preziose di questo archivio?
«È tutto prezioso. Le Camere hanno un patrimonio archivistico molto importante. Oggi con tre clic si arriva a qualsiasi documento, un inventario descritto carta per carta. Cosa c’è di sorprendente? I fascicoli legislativi del Regno, le petizioni dell’Ottocento, un’alternativa della supplica al Re, che rappresentano uno spaccato incredibile della società italiana. Poi gli atti delle commissioni d’inchiesta, da quella famosa sulla miseria a quelle più recenti sui grandi casi della Repubblica: la P2, Moro, le stragi, il piano Solo, Ilaria Alpi».
Sono tutti documenti pubblici e accessibili?
«Sì, a partire dalla presidente Boldrini, la Camera ha lanciato una campagna di declassificazione e accessibilità di questi documenti, un tempo segreti».
Cosa possiamo scoprire da questi documenti?
«Come disse Miguel Gotor, negli archivi non si trova la pistola fumante, quella la deve trovare il giudice, ma si trovano gli elementi che consentono di ricostruire un contesto, un personaggio».
Se potesse portare a casa un documento, quale sceglierebbe?
«La Costituzione, che diamine!».
Quante ce ne sono di copie originali?
«Gli originali sono solo tre».
Non erano quattro?
«Anni addietro spuntò questa fantomatica quarta copia, che sarebbe stata ricevuta in dono all’università di Salerno da Giuseppe Grassi, all’epoca ministro della Giustizia.
Quando venne fuori la notizia, mi telefonò il segretario generale della Camera, mentre ero in vacanza sulle Dolomiti, ordinandomi di indagare in fretta sul caso».
Che cosa scoprì?
«Che il ministro Grassi prese la Gazzetta Ufficiale, su cui era pubblicato il testo della Costituzione e se la fece firmare da De Nicola, De Gasperi e Terracini. Poi la rilegò in marocchino rosso e la tenne come cimelio nella sua biblioteca».
È vero che in qualche sotterraneo avete una palestra dell’epoca fascista? La leggenda dice che siano gli attrezzi su cui si esercitava Mussolini…
«Sì, ma non dovete pensare a Technogym. Si tratta di attrezzature della Camera dei fasci e delle corporazioni, ci sono i plinti di legno per fare le flessioni, le clavette, protezioni per la scherma, una sciabola e un fioretto, un vogatore e persino una cyclette».

Altri oggetti particolari che conservate?
«L’archivio conserva alcuni cimeli parlamentari, oltre alla posta pneumatica che si può vedere al primo piano di Montecitorio: sparava dei bossoli ad aria compressa dentro i quali venivano arrotolati i resoconti stenografici che arrivavano in tipografia. Una sorta di antenato delle mail, che andò avanti fino agli anni Settanta. Francesco Paolo Fulci, allora collaboratore del presidente del Consiglio Fanfani, mi raccontò che sentiva il botto fin da palazzo Chigi».
Altri cimeli?
«Conserviamo gli oggetti personali che vennero trovati nella stanza di Giovanni Amendola al momento della morte, dopo essere stato selvaggiamente picchiato dai fascisti. La sua toletta da barba, le medicine, il suo servizio da scrittura. E poi abbiamo i conii delle medagliette d’oro dei parlamentari».
Gli onorevoli ricevono una medaglietta d’oro?
«No, dopo le polemiche sulla casta, queste medagliette d’oro non si fanno più, ma una volta – a partire dal Regno d’Italia – venivano date a ogni deputato insieme al cosiddetto ovalino, una tessera ovale che serviva a viaggiare gratis sui treni. I deputati di lungo corso, per un vezzo diffuso, amavano collezionarle e ne facevano il terminale della catena dell’orologio da panciotto. Vede queste? Sono le medagliette d’oro di Vittorio Emanuele Orlando. E questo è l’ovalino di Amendola».

Cos’altro?
«Abbiamo le urne per votare la Costituzione. Ogni costituente aveva una pallina bianca e una nera, da mettere nelle urne di colore corrispondente. Se era a favore dell’articolo, metteva la pallina bianca nell’urna bianca e quella nera nell’urna nera. Se voleva votare contro, invertiva le palline. Solo lui sapeva quali palline aveva in mano. Abbiamo conservato sia le urne che le palline colorate, si possono vedere nella mostra in corso a Montecitorio sugli 80 anni della Costituente».
Nei resoconti del primo giorno della Costituente, i cronisti si soffermano sui dettagli estetici delle 21 donne, con un atteggiamento di curiosità estetica mista a paternalismo. Un atteggiamento che prosegue nei giorni seguenti?
«Catapultiamoci nel 1946, alla percezione del ruolo della donna in quella società. Anche oggi quando c’è il giuramento al Quirinale, i giornali descrivono l’outfit delle ministre, figuriamoci all’epoca. Ma la storia di alcune di quelle donne tutto testimoniava fuorché una frivolezza».
Di solito si parla di Teresa Mattei, è lei la celebrità della Costituente. Perché?
«Per una foto famosa, è l’unica donna nello scatto della consegna della Costituzione da parte di Umberto Terracini al capo dello Stato De Nicola. Faceva parte dell’ufficio di presidenza della Costituente, per quello stava lì. In quella foto, in secondo piano, fa capolino anche il papà dell’attuale presidente della Repubblica, Bernardo Mattarella, che era il questore dell’assemblea».
Le 21 costituenti fanno battaglie comuni?
«Il tema di interesse comune è la parità di genere. Alla mostra di Montecitorio abbiamo esposto degli emendamenti al testo della Costituzione, firmati solo da donne appartenenti a diversi partiti politici. Per esempio, quello che diventerà l’articolo 51 della Costituzione, che garantisce la parità nell’accesso alle cariche pubbliche».
Ora che va in pensione, cosa le piacerebbe lasciare come eredità?
«Un messaggio ai cittadini. Il sogno di noi tutti che lavoriamo qui dentro è che ciascuno, vedendo il Parlamento, possa dire e sentire “questa è casa mia”».