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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Intervista a Giobbe Covatta

Diverti il prossimo tuo come te stesso, parola di Giobbe, inteso come Covatta, che di questo comandamento ha fatto un’arte. A settant’anni appena compiuti e quarant’anni di carriera, è arrivato il momento di fare il punto. A modo suo, naturalmente, sul filo del paradosso, raffinatezze minimaliste e fuochi d’artificio napoletani. Succede in 70 Riassunto delle puntate precedenti, non un best of, ma una selezione di pezzi storici e di inediti attraverso cui raccontare come il mestiere di far ridere è un mestiere che fa bene e fa del bene (1 luglio, in apertura della rassegna “Menotti in Sormani”).
Un riassunto lascia supporre anche un bilancio.
«Non credo sia un bilancio. Diciamo che provo a spiegare perché faccio questo mestiere, cominciato per caso, come spesso accade».
Cosa faceva prima?
«Lo skipper, me ne andavo in giro per mare, mi piaceva. Poi succede che un regista che si chiamava Arturo Corso un giorno mi vede e mi dice: perché non fai, non disfi, non brighi? E io, così, tanto per provare, comincio a fare, disfare, brigare, accorgendomi che mi divertivo pure. È iniziato tutto così, le domande sui perché sono arrivate dopo, quando ho capito che cosa significa davvero la massima “sarà una risata che vi seppellirà”».
Che cosa la fa ridere?
«I bambini. Ho sempre pensato che i meccanismi mentali di un bambino e l’esperienza di un adulto in una stessa persona farebbero il comico perfetto».
Il trampolino del suo successo è stato il Maurizio Costanzo Show.
«A Maurizio devo molto, e non mi riferisco solo alla popolarità. Gli sono grato perché mi ha regalato un metodo, questo fanno i maestri. Alla duecentesima puntata, non sapevo più che cosa raccontare, ero disperato. E lui: “Hai da fare stanotte? No? Bene, allora scrivi”. In un momento di buio pesto con la sua torcia ha illuminato la strada, spingendomi a lavorare per decodificare i motivi e i modi per far ridere. A volte con buoni risultati, a volte con risultati pessimi, ma questo mestiere si impara così».
Apriamo il capitolo della sua Bibbia apocrifa.
«Nello spettacolo dichiaro che nelle lunghe ore passate inginocchiato a fare le penitenze che mi dava don Gilberto quando ero ragazzino siano affiorate le prime visioni, ma non è vero. La verità è che non lo so, è difficile ricostruire la genesi di un’idea, che arriva ma magari non l’acchiappi, però poi torna, la aggiusti, le appiccichi altre cose e vedi che comincia a funzionare. E comunque non ho inventato nulla, ho solo cancellato dal testo originale tutto quello che non fa ridere. Potremmo parlare per ore della Bibbia, che è un libro straordinario, il più venduto al mondo, il meno letto».
Le incursioni nelle Sacre Scritture le sono costate la scomunica.
«Ho avuto un sacco di problemi con la Chiesa, bolle e lettere, vescovi e cardinali in mobilitazione. Per settimane sono stato al centro del dibattito, intellettuali, prelati, tutti a parlare di me, blasfemo si, blasfemo no. Era strano, a me sembrava di fare cose carine, divertenti, non avevo messo in conto la disputa».
Il suo primo libro, Parola di Giobbe, ha venduto quasi un milione e mezzo di copie.
«Si. Il poeta Giovanni Raboni scrisse che era uno scandalo, che non ero uno scrittore. Io mi vendicai facendo un test durante un mio spettacolo. Chiesi al pubblico se conoscevano Dante, Petrarca, Ungaretti, ovviamente la risposta era sempre sì. Quando domandai di Raboni, scese il silenzio. Io porto rispetto, ma lo pretendo anche».
Da qualche anno in televisione la si vede poco.
«Ogni tanto vado da Fabio Fazio, che è un amico. La televisione che si fa oggi mi corrisponde poco, non mi sento a mio agio. Penso ai Gialappi, pure loro grandi amici, ma in trasmissione, escluso Forest, sono tutti giovanissimi. Niente contro, ma non è il mio habitat. La tv non è mai stata il mio mestiere, semmai una buona pubblicità al mio mestiere. Alla mia età devo scegliere su quali fronti investire le energie rimaste, la tv non è tra questi».
L’Africa invece sì. Da quasi quarant’anni è in prima linea con Amref.
«In quel gran calderone che è la vita in cui tutto si mescola anche in virtù del caso, il mio amore per i viaggi ha incrociato il progetto di Tommy Simmons di fondare Amref Italia. Siamo partiti così, in una stanzetta messa a disposizione dal mio agente nel suo ufficio. Ho cominciato ad andare regolarmente in Africa e a raccontarla a modo mio. Ha funzionato, a un certo punto sono venuti dall’America per studiare il mio modo di comunicazione. Peccato che non esista una formula, quello sono, quello faccio».
Giobbe è un nome d’arte?
«Macché, viene dai tempi della scuola, anzi da prima. Ho fatto dei sondaggi tra i miei compagni, nessuno si ricorda come è cominciato, per tutti sono sempre stato Giobbe. E tale sono rimasto. L’unica che mi chiama Gianni è mia madre».

Questo spettacolo non è un bilancio, ma se dovesse azzardarne uno?
«Sono stato fortunato. Ho attraversato l’intera mia vita facendo le cose che mi piaceva fare».