la Repubblica, 29 giugno 2026
Intervista a Salvatore Esposito
Quarant’anni, nozze alle porte, un film con Anthony Hopkins e Al Pacino. Salvatore Esposito parla di Avemmaria, scritto e diretto da Fortunato Cerlino, e traccia un bilancio personale e una riflessione senza sconti sul cinema italiano.
È un film a cui tiene molto.
«Finalmente, e per fortuna, siamo arrivati in sala, visto il periodo storico. Fortunato ha fatto davvero un bellissimo lavoro con i mezzi che avevamo a disposizione. È una storia sua, intima, un viaggio nell’animo e nei ricordi. È stato un piacere essere diretto da lui».
In “Avemmaria” il passato torna a bussare alla porta del presente. Che rapporto ha con il bimbo che è stato?
«Lo guardo con grande affetto. Era un ragazzino che non aveva paura di nulla, che si confrontava con tutti e con tutto e aveva chiaro il suo percorso. Oggi mi emoziona ripensare a quel periodo. Bisogna fare pace col passato: ci ha reso chi siamo oggi e anche ciò che ci ha fatto male ha avuto un senso».
Nel film c’è una famiglia povera ma ricca di dignità. Che lezione ha ricevuto dalla sua?
«Il rispetto verso il prossimo. E il non lasciarsi mai sovrastare da niente e da nessuno. E l’educazione. Oggi è una qualità sottovalutata, per me resta tra le più importanti».
Come vive i suoi quarant’anni? E di che cosa ha ancora fame?
«Con più consapevolezza e grande curiosità nello scoprire che cosa mi riserveranno i quarant’anni prossimi, se Dio vorrà donarmeli. Al Salvatore che sognava di diventare attore invidio l’incoscienza. Quando entri davvero nel mondo del cinema scopri realtà che non immaginavi neanche potessero esistere. Ma ho ancora tanto da dimostrare. Mi sento molto poco sfruttato dal cinema italiano e ho ancora moltissimo da raccontare».
Perché dice questo?
«Se qualcosa non va nel cinema italiano degli ultimi quindici anni qualcuno qualche domanda dovrebbe porsela. Continuo a vedere tantissimi attori relegati a nessun ruolo o a ruoli di secondo piano. Si è convinti che solo alcuni attori possano portare qualcosa al nostro cinema, non è così».
Serve un cambiamento?
«Non c’è la volontà. In Italia continuo a ricevere, o a non ricevere, sempre le stesse proposte. Siamo cresciuti con un cinema romano-centrico, dove l’italiano con cadenza romana viene percepito come italiano, mentre quello con cadenza napoletana è percepito come napoletano. Così ecco le stesse facce negli stessi ruoli. Se produci quattrocento film l’anno e il 90% nessuno li ricorda, bisognerebbe rifletterci».
Il pubblico, però, non l’ha mai lasciata, da “Gomorra” a “Piedone”.
«Genny Savastano non era certo un eroe positivo, ma l’affetto della gente è andato sempre crescendo. Ma lo sa che alla mia agente una direttrice di casting ha detto che non andavo bene perché avevo un viso troppo bonario?».
E allora ha scelto di lavorare all’estero.
«Sto per annunciare un progetto con due divi da Oscar. E poi Maserati, sui fratelli che hanno fondato la casa automobilistica. Sto scrivendo anche la seconda trilogia letteraria, dopo Lo sciamano».
Ha mai pensato di trasformare “Lo sciamano” in una serie o film?
«Sì. L’ho proposta a diversi produttori. Dicono che il thriller in Italia non ha abbastanza pubblico. Ma poi guardi la Spagna e Netflix: vengono prodotti decine di thriller tratti dai romanzi. Il pubblico è più curioso e aperto dei produttori».
C’è un momento in cui si smette di sentirsi figli e si diventa adulti?
«Succede quando ti rendi conto che i tuoi genitori stanno tornando bambini e che ora sei tu a doverti prendere cura di loro, proprio come loro hanno fatto con te. È uno dei passaggi più importanti della vita».
La vita prima della recitazione com’era?
«Dopo la scuola, mi sono iscritto all’università lavorando da McDonald’s, per sei anni. Ho fatto mie professionalità e impostazione manageriale. In una multinazionale impari l’importanza del cliente, del sorriso, del modo di porti davanti alle persone. Lavorare ogni giorno a contatto con il pubblico mi ha insegnato tantissimo. Poi, a 24 anni, mi sono trasferito a Roma, ho studiato recitazione e due anni e mezzo dopo è arrivata Gomorra».
C’è stato un prezzo da pagare per arrivare fin qui?
«Forse sì. Essere così concentrato sul mio percorso, sulla carriera, sul lavoro e sulla scrittura mi ha portato a delegare tante cose. Col tempo mi sono accorto che affidarle ad altre persone ha creato dei disastri. Se potessi tornare indietro delegherei molto meno».
Questo è l’anno del matrimonio. Saranno nozze pubbliche o private?
«È normale che io e Paola (Rossi, ndr) vogliamo proteggere la nostra privacy e quella di chi sarà con noi quel giorno. Ma credo sia giusto condividere qualcosa con chi mi segue da tanti anni e mi dimostra affetto. Quando fai questo mestiere vivi anche grazie al sostegno del pubblico».
Chiudiamo in musica. Quale sarà la colonna sonora del vostro sposalizio?
«La musica sarà uno degli elementi fondamentali della festa. Ci saranno tante canzoni napoletane, quelle che portano subito allegria e fanno venire voglia di stare insieme, ma anche tanta musica da ballare. Vogliamo che sia una grande festa, piena di gioia. Una di quelle giornate che restano nella memoria per sempre».