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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Perché l’automazione di Xi Jinping cambierà il nostro secolo

Riserviamo un pensiero per Mr. Zhou, eroe contemporaneo e bandiera di tutti noi. Non conosceremo mai il suo vero nome. Non sapremo mai per chi lavorava, sappiamo però che era un “supervisore sulle garanzie di qualità” di un modello di intelligenza artificiale generativa. Sappiamo anche che Mr. Zhou, impiegato di concetto nella megalopoli cinese di Hangzhou, si è ribellato. E ha vinto. Hangzhou è uno dei cuori pulsanti dell’ultima rivoluzione tecnologica, la città dove Mr. Zhou viveva e dove ha ricevuto una proposta dal suo datore di lavoro: accettare una retrocessione di carriera e un taglio salariale del 40%, dato che l’intelligenza artificiale era ormai in grado di fare il suo lavoro meglio di lui. Zhou si è rifiutato. Naturalmente è stato licenziato in tronco, ma non ha subito senza reagire. Ha fatto causa al suo datore di lavoro e in aprile il Tribunale del Popolo Intermedio di Hangzhou (una corte di secondo livello) gli ha dato ragione, condannando l’impresa a indennizzarlo con una cifra pari a 33.500 euro. Così il sistema giudiziario cinese, con questa e un’altra sentenza simile, ha stabilito che una persona non può essere privata del lavoro con la motivazione che il suo posto verrà automatizzato con l’intelligenza artificiale. Credo sia il primo caso al mondo. Ed è straordinario che esso arrivi da uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati, ma anche uno dei meno liberi. 

Quanto a me, sono appena tornato da una settimana in Cina – Shanghai, Hangzhou, Shenzhen – e posso assicurarvi che tutto è molto più complicato di così. L’intero Paese o almeno le sue megalopoli innovative sono investite da una febbre dell’automazione, del progresso tecnologico, dell’applicazione dell’intelligenza artificiale al mondo materiale che ha il passo di una corsa contro il tempo. Quando si riesce a parlare in modo rilassato con i cinesi, confessano che a loro noi europei sembriamo afflitti da immobilismo: conservativi, più che conservatori. E terribilmente lenti. La Cina invece oggi fa della velocità il suo mantra e la sua ossessione: vuole diventare strategicamente autonoma del resto del mondo ed efficiente al massimo al proprio interno prima di diventare vecchia. Per questo la prossima rivoluzione cinese sarà il materializzarsi dell’intelligenza artificiale in robot, droni, macchinari, auto, treni, sistemi di sorveglianza, cani meccanici da combattimento a disposizione della polizia o dell’esercito. 
È già in atto, questa rivoluzione. La rivoluzione successiva, già scritta e legata alla prima, che la motiva, sarà invece il più grande collasso demografico che la storia ricordi: oltre 400 milioni di abitanti spariranno dal Paese entro circa 40 anni, qualcosa di mai visto neanche durante la peste nera in Europa nel Medioevo. Allora cambiarono totalmente i rapporti fra possidenti feudali e lavoratori perché questi ultimi erano divenuti pochi e preziosi, dunque iniziò a formarsi un ceto con nuovo potere politico. La scarsità di manodopera cambierà la società e i suoi valori anche questa volta, ma forse in modo diverso: a favore delle macchine e di chi ne detiene la proprietà intellettuale o il controllo.
Di certo entrambe le rivoluzioni cinesi di questo secolo non possono che avere conseguenze profonde per l’industria, ma anche per il nostro modo di vivere, in Italia e in Europa. Vediamo.   
Piegare, montare, controllare
Un umanoide piega degli abiti e così prepara la prossima generazione di suoi simili, che lo sostituiranno. Perché il problema di questi esseri, uno dei colli di bottiglia che ne rallenta la propagazione, è nella scarsità di dati che possano costituire lo spartito del loro comportamento. Per poter piegare una maglia facendo fronte a tutte le eventualità, un robot ha bisogno di una mole immensa di dati sulle decine di migliaia di combinazioni in cui essa si può stropicciare, può scivolare, si può appallottolare. Alcune imprese produttrici di questa macchine finanziano perciò vere e proprie fabbriche di dati, nelle quali una semplice funzione manuale viene svolta decine di migliaia di volte da persone (poco pagate) o da altri robot al solo scopo di accumulare dati. Su questi ultimi si addestrerà poi l’intelligenza artificiale, che guiderà le funzioni dei robot incaricati del reale processo produttivo.
Non citerò i nomi delle aziende di robotica che ho visitato, perché avrei dovuto sottoporre loro il mio intero articolo per poterne avere il permesso. Esse però sono ben oltre la fase della sperimentazione. Alcune quest’anno produrranno fino a diecimila robot di dimensioni umane, ciascuno contenente fra 50 e 100 motori elettrici e moltissimi semiconduttori sofisticati delle americane Nvidia e Intel, ai ai semiconduttori proprietari. A seconda della taglia e dei “mestieri” gli umanoidi possono costare fra 10 mila e 100 mila dollari l’uno, mentre modelli da 60 mila dollari sono già in grado di assicurare tutte le funzioni oggi possibili.
Non è più semplicemente il tempo dei robot che ballano in modo buffo al ritmo di musica. Oggi eseguono il controllo di qualità su prodotti come auto, elettronica di consumo, strutture aerospaziali, arrivando a individuare scostamenti di un quarto di millimetro. Assicurano singole funzioni manuali in catena di montaggio. Si occupano della logistica leggera dei magazzini. Si cambiano da soli la batteria quando questa giunge ad esaurimento, sfilandosi dalla schiena quella vecchia e infilandosi la nuova dopo averla estratta da uno scaffale. Selezionano in laboratorio provette e le sistemano al loro posto grazie a un codice a barre. Somministrano farmaci a persone malate o anziane, producendo la dose giusta della medicina richiesta all’ora stabilita. Si occupano di consegne di pasti o di pacchi all’interno di un hotel o in un ufficio, prendendo l’ascensore da soli grazie al bluetooth. Assicurano servizi di portineria, al punto che si stanno aprendo i primi hotel con pochissimo personale vivente. Si occupano di sorveglianza, nelle sembianze di cani-robot dotati di sirena, altoparlante, sistemi di riconoscimento facciale; a Guangzhou sono già in funzione modelli di cani-robot in grado di inseguire velocissimi una persona e scagliarle addosso una rete con dei pesi alle estremità, in modo da prendere prigioniero il bersaglio (non è un mistero che l’esercito sta integrando le proprie forze di fanteria con sistemi simili, ma capaci di sparare). Almeno un’azienda sta anche sviluppando umanoidi dalle sembianze di una leggiadra fanciulla bionda, per funzioni di “supporto emotivo": le sue risposte nel dialogare con voi sono organizzate da intelligenze artificiali come DeepSeek.
Gli umanoidi hanno ancora molti limiti, anche perché una mano a cinque dita mobili e prensili richiede un numero talmente alto di semiconduttori sofisticati da far salire di molto i costi. Ma le imprese avanzano nel produrre in modo sempre più economico, anche perché godono di colossali sussidi dei vari livelli di governo locale (spesso il sostegno viene concesso a condizione che le imprese reinvestano gli aiuti in ricerca e sviluppo di nuovi modelli sempre più avanzati). I produttori hanno scelto di creare robot dalle sembianze vagamente umane – mi ha spiegato un addetto del settore – perché gli spazi in cui essi si muovono sono stati progettati in origine per umani; e “perché ci piace di più parlare con qualcuno che ci somiglia”. In altri termini, è meno alienante trovarsi al proprio fianco in ufficio o in fabbrica un essere dalle fattezze vagamente simili alle nostre. Di certo le imprese cinesi del settore hanno installato quattro ogni cinque dei 16 mila robot entrati in funzione nel mondo lo scorso anno e sembrano destinate a dominare questa industria – prevista essere da 100 mila robot nel 2027 – come altre imprese cinesi oggi dominano le tecnologie rinnovabili, le batterie, i magneti di terre rare, l’auto elettrica. 
Il collasso demografico
 Si può (si deve) criticare il modo in cui la Cina sottrae la proprietà intellettuale altrui per copiarla e mettere fuori mercato le aziende del resto del mondo. Si può (si deve) discutere la politica di enormi sussidi nascosti che genera una concorrenza sleale e insostenibile: ho già raccontato come le imprese che operano le consegne di pasti a Shenzhen via drone, anziché con i rider, ricevano 12 yuan di aiuti pubblici ogni singolo yuan di ricavi. In un recente rapporto l’Ocse di Parigi spiega come negli ultimi vent’anni le imprese cinesi abbiano ricevuto fra tre e otto volte più sussidi pubblici delle loro concorrenti delle democrazie e ciò abbia permesso loro di conquistare il 60% di quote di mercato in più.
Ma non si può che ammirare la fame di innovazione e l’audacia nel perseguirla che si respira a Shanghai o a Shenzhen. C’è stato solo un problema durante il mio viaggio. Dopo qualche giorno che giravo, vedendo di tutto, improvvisamente mi sono reso conto che c’era qualcosa che non trovavo da nessuna parte: i bambini. Fuori dagli aeroporti ne avrò forse contati una decina in una settimana, non di più.
L’età più tipica degli abitanti di megalopoli come Shenzhen o Shanghai, rispettivamente da 18 e 24 milioni di abitanti, è la più produttiva: fra i 25 e i 45 anni. Ma queste persone hanno quasi smesso di riprodursi. Il tasso di fertilità di vaste aree di Shanghai, una megalopoli con il prodotto lordo dell’Indonesia, è di appena 0,5 figli per donna. Così cento persone oggi in età riproduttiva saranno nonne e nonni, in tutto, di otto nipoti.
La Cina ha iniziato a perdere popolazione probabilmente già dal 2022, sta perdendo 3,5 abitanti l’anno e il declino può solo accelerare. Da quando nel 2016 il governo ha abbandonato la politica del figlio unico, il tasso di natalità è sorprendentemente colato a picco invece di crescere. Negli ultimi anni è sceso da 1,79 a 0,98 figli per donna: la riduzione più rapida al mondo dopo quella delle Filippine (che è a livelli molto più alti) e il tasso di nascite più basso al mondo dopo la Corea del Sud, se si esclude l’Ucraina in guerra. Pesa certamente l’altissimo costo dell’educazione e della casa, pesano i turni incessanti al lavoro organizzati sulla sequenza 996 (dalle nove del mattino alle nove di sera, sei giorni alla settimana). E conta senz’altro la trasformazione culturale delle donne che, da quanto ho potuto vedere, sembrano ben più presenti nel management delle imprese rispetto all’Italia.
Ma conta molto probabilmente anche la dipendenza digitale di massa.
Guardatevi intorno per strada, al ristorante, in metropolitana, nelle sale d’attesa degli aeroporti. Le persone non parlano fra di loro. Molto di rado sorridono. Nove su dieci o più avranno sempre il naso sui loro telefoni, per lo più sui brevissimi video di TikTok. Ho raccontato proprio la settimana scorsa di come gli studi più recenti mettano sempre più chiaramente in relazione il rapido calo della natalità in tutto il mondo con l’introduzione degli smartphone.
Quali che siano le cause, le conseguenze sono già scritte: la Cina sta perdendo fra 150 e 200 milioni di abitanti entro metà del secolo e oltre 400 milioni al 2070. La perdita di persone in età di lavoro sarà probabilmente di mezzo miliardo entro 45 anni: come l’intera popolazione europea. Nel frattempo l’India raggiungerà almeno 1,6 miliardi di abitanti e potrebbe candidarsi a diventare la prima economia del mondo (sarà già la terza entro la fine del decennio, superando Giappone e Germania). L’era della supremazia cinese, inseguita così a lungo, rischia di essere relativamente breve. Anche per questo la grande frenesia dell’automazione ha catturato il Paese, su spinta dall’alto di Xi Jinping e legata all’esecuzione del “quindicesimo piano quinquennale” (2026-2030). Il Paese sente un disperato bisogno di sostituire le forze di lavoro che non avrà più, prima che esse vengano meno.     
La grande sedazione
Ed è qui che in questa settimana mi sono imbattuto in qualcosa di profondamente spiazzante. Perché la Repubblica popolare non è niente, se non il Paese dell’autonomia strategica. Ogni decisione, ogni mossa, è dettata dall’aspirazione a ridurre al massimo le dipendenze dal resto del mondo: terre rare, rinnovabili e altre forme di indipendenza energetica, rivoluzione dell’auto elettrica per dover importare sempre meno petrolio, semiconduttori fatti sempre più in patria. La lista potrebbe allungarsi. È forse un anelito innescato dal timore profondo dell’accerchiamento: l’India è potenzialmente ostile, mentre la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine, Taiwan, la Thailandia, l’Australia godono tutte di implicite o esplicite garanzie di sicurezza americane.
Le imprese – di certo quelle che ho visitato – replicano al proprio interno questo grande modello nazionale. Vogliono tutte dipendere il meno possibile dall’esterno. Byd, il campione dell’auto, è un conglomerato di mille mestieri: possiede miniere di litio in Cile per avere la materia prima con cui si produce da sé le proprie batterie, poi si produce da sé i propri semiconduttori; e a fine vita del prodotto, usa le stesse batterie come accumuli di energia per i propri impianti e infine ricicla da sé quanta materia resta per riusarla. Tutti i grandi sistemi, in Cina, vogliono essere radicalmente autosufficienti. In questo sono l’opposto del modello occidentale di outsourcing e catene del valore lunghe e fragili, dove dipendiamo da componenti comprate per risparmiare dall’altra parte del mondo. Le aziende cinesi preferiscono ridurre all’osso i margini di guadagno, pur di non avere bisogno di nessuno.
Il problema è che per gli esseri umani, quelli in carne ed ossa, è vero l’opposto. Un sistema che mette tanta enfasi sulla propria autonomia strategica è disegnato per privare l’individuo di ogni autonomia strategica personale. E non è solo il controllo con telecamere ovunque, capaci di riconoscimento biometrico. Un senso di sedazione prevale praticamente ovunque nei contesti sociali a cui ho avuto accesso. Le persone si presentano quasi sempre in modo, appunto, sedato: nessun carattere del corpo o della personalità viene mai messo in risalto attraverso gli abiti, quasi sempre essenziali e anonimi; o le pettinature, tutte semplici e simili. 
Divieto di fidanzamento
Non ho niente contro il gusto per ciò che è semplice, al contrario. Eppure la stessa sfera della sessualità sembra invisibile nella vita sociale. Agli studenti dei licei è fatto divieto di fidanzarsi con i propri coetanei o altri ("per non distrarsi dagli studi"), pena l’espulsione quasi inevitabile dalla scuola e prospettive di vita e di carriera compromesse. Le stesse pubblicità negli aeroporti internazionali sono come asessuate, all’opposto della sessualizzazione ossessiva tipica dell’Occidente.
Ma appunto non è austerità (arricchirsi è sempre glorioso), è sedazione. In nessun luogo essa è evidente come nel rapporto con lo smartphone, che sostanzialmente ingoia e mesmerizza masse immani di cinesi in ogni momento libero. Oggi le grandi imprese digitali del Paese offrono, chiuse in ecosistemi unici sul telefono, quasi tutte le dimensioni della vita: shopping, pagamenti, ricerca di un dottore, consulti medici online, tracciamento dei dati sanitari, ordini di cibo o prodotti, film e video, messaggi, social media, giochi, gestione del risparmio, prenotazioni viaggi, acquisto biglietti di treni, aerei, lotterie, taxi, farmacia, mappe. Tutto in un solo luogo immateriale. Gli stessi computer si vendono a volte senza computer stessi: si possiedono lo schermo e la tastiera, mentre i vostri contenuti sono chissà dove su un cloud.
I cittadini accettano di consegnare i loro dati sensibili su tutta la loro vita in cambio della nuova ideologia del partito, la velocità e la semplicità di esecuzione di tutto. Nei negozi non è difficile vedere persone che pagano letteralmente con il sangue (senza versarlo): lo scanner riconosce la traccia delle vene sotto la pelle della vostra mano e questo vale come carta di credito; agli aerei si accede con il riconoscimento facciale, senza mostrare la carta d’imbarco.  
La domanda che conta
Così si è deciso che questa popolazione che fa sempre meno figli ha deciso che avrà bisogno, al più presto, di sempre più robot. Di sempre più automazione, oltre che di sempre maggiore autonomia strategica dei suoi singoli sistemi produttivi e del Paese nel suo complesso. Quest’ultimo aspetto non potrà che far sentire il proprio peso nei rapporti economici e commerciali con l’Europa e con il nostro Paese. Abbiamo bisogno di capire la Cina e il suo evolversi, ma in Italia non stiamo facendo abbastanza per questo (ad eccezione di poche iniziative del settore privato, come i viaggi per imprenditori del gruppo Teha-Ambrosetti e di non molte altre organizzazioni).
La domanda rilevante adesso non è se un mondo così rischia di arrivare anche in Europa perché la denatalità, il rapporto con l’automazione e gli eccessi del digitale non sono problemi della sola Cina. E non è se vorremmo un mondo simile, perché non lo vorremmo. La vera domanda è come noi europei possiamo affermare un nostro modello in un mondo così, stretti fra questi Stati Uniti e questa Cina. Ma, appunto, è la domanda del secolo.