Corriere della Sera, 29 giugno 2026
Il ritorno di Serena tra business, orgoglio, e tanto altro
«È come andare in bicicletta: non ci si scorda mai». Moglie di Alexis, conosciuto con una bugia sulla terrazza dell’hotel di Monte Mario affacciata sui tetti romani («Ho visto un topo aggirarsi, le consiglio di non sedersi lì...» lei disse a lui per attaccare bottone), mamma di Olympia e Adira, miliardaria e casalinga – evidentemente – disperata, Serena Jameka Williams è il ritorno più clamoroso di Wimbledon.
Alla velocità stratosferica di 44 anni e 23 titoli Slam, ha chiesto (e ottenuto) una wild card all’All England Club, il tempio che ha espugnato sette volte, l’ultima nel 2016, sei mesi prima della prima gravidanza, nel corso della quale (incinta di otto settimane) avrebbe lanciato l’ultimo urrah in Australia, nel gennaio 2017. Perché lo fa? «L’erba mi ha regalato i momenti più significativi della carriera» ha risposto senza rispondere. C’è, nella scelta di lasciare la villa della Florida per rimettersi a sudare con visiera e cavigliere, un’eco lontana dell’adrenalina che l’ha tenuta viva per cinque lustri abbondanti. La voglia di sentirsi di nuovo dire che è la più grande è appagata in questi giorni di visibilità mediatica ritrovata: il debutto in doppio al Queen’s con Victoria Mboko, l’annuncio della doppia partecipazione a Wimbledon, in doppio con la sorella Venus (90 anni in due) e in singolare domani sul centrale contro l’australiana Maya Joint, classe 2006, che veniva al mondo quando la Williams si prendeva sei mesi di stop per curare la depressione, dopo aver fallito la difesa del titolo di Melbourne. Nei vialetti di Church Road, dove avanza circondata da uno staff guidato dall’amica ex tennista Rennae Stubbs, Serena colleziona abbracci, sorrisi, l’affetto dell’ex fidanzato Grigor Dimitrov – solo uno dei motivi di una lunga inimicizia con Maria Sharapova —, ma anche scetticismo.
L’uso disinvolto e sbandierato del Glp-1, l’ormone prescritto per diabete e obesità grazie al quale la signora Williams ha perso 14 chili, diventando ambassador della piattaforma americana di telemedicina Ro che offre farmaci per il dimagrimento in un Paese — gli Usa – dove l’obesità è un’epidemia, ha sollevato ombre di doping. I farmaci Glp-1 sono attentamente monitorati dalla Wada, ma non ancora inclusi nella lista delle sostanze proibite nonostante la comunità scientifica s’interroghi su come le molecole influenzino la performance: si parla di «doping metabolico». Il primo indizio di una volontà di ritorno al tennis, lo scorso febbraio, fu proprio l’iscrizione di Serena al protocollo antidoping e alla piattaforma dei whereabouts, sottoscrivendo l’obbligo di comunicare i suoi spostamenti per essere reperibile in caso di test a sorpresa. «È estenuante. È poco professionale. Lo odio – ha detto ieri incontrando la stampa a Londra —. E non è necessario. Se voglio muovermi al di fuori della finestra temporale, per andare a prendere le mie figlie, magari, non dovrebbe valere come un test saltato. Sono una donna che lavora, sono una madre, viaggio... Ci deve essere un modo per rendere questa cosa ragionevole...». All’imbarazzo dei presenti, è seguita una nota dell’Itia, l’agenzia incaricata dell’antidoping nel tennis: «Fuori dalla finestra temporale indicata nei whereabouts non esistono missed test». Tanto per chiarire.
Ma tant’è. Solo un rientro in campo di Roger Federer farebbe più rumore di quello di Serena Williams, che in una sfida impossibile con se stessa (resa possibile solo dalle dinamiche del gioco su erba e dalla brevità di una stagione lampo sul verde) prova a percorrere a ritroso il suo personalissimo viale del tramonto. Inutile chiedersi se ha senso. Per gli sponsor, le tv americane, i tifosi in preda alla nostalgia e un certo indotto che ruota intorno ai singoli eventi di cartello, va bene così. Però vale la pena di ascoltare Flavia Pennetta, quando a Gazzetta dice: «Se Serena dovesse andare avanti a Wimbledon, non sarebbe una grande immagine per il tennis femminile». Uno spot, al contrario.