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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Neymar il grande e il destino da incompiuto

È il suo destino: essere il migliore calciatore brasiliano della sua generazione, e pure di quella successiva, e diventare un caso a ogni Mondiale. In Qatar gli diedero del cascatore, in Russia fu eliminato dai belgi, in Brasile il colombiano Zuniga gli ruppe la schiena; nella semifinale con la Germania David Luiz entrò in campo levando al cielo la maglietta con il suo nome come se fosse morto: i tedeschi ne fecero sette. Non era colpa sua, certo. Ma è da allora, quando aveva 22 anni, che Neymar da Silva Santos Júnior cerca una consacrazione. Ora ne ha 34, e non l’ha ancora raggiunta. Vedremo se in questo Mondiale, se non già stasera con il Giappone, avrà la sua chance.
Intendiamoci: è stato un mito, e per molti lo è ancora. L’unico nell’era Messi-Ronaldo ad avere un suo pubblico, una sua platea di fan, i suoi 237 milioni di follower su Instagram. A diventare un fenomeno pop, anche fuori dal campo. Brasilianissimo, è il vero campione globale. Visto da vicino, Neymar pare finto. Disegnato. Un fumetto giapponese. Pelle scura, occhi chiari, tratti da indio. Non a caso è diventato davvero protagonista di una striscia, oltre che di un videogioco, e ha sposato Bruna, attrice di soap-opera, dove anche lui è stato ospite, recitando più volte nella parte di se stesso. Anche se la sua migliore apparizione fuori dal campo è quella vestito da monaco ne «La casa di carta», di cui è grande fan pur essendo dichiaratamente di destra, sostenitore di Jair Bolsonaro contro Lula.
Qui in America è arrivato decisamente fuori forma. Piegato dai postumi di un infortunio. Però alla Seleçao ci tiene tantissimo: oltre a sacrificarle le vertebre, ha segnato 79 gol, più di Pelé, più di Ronaldo. L’abbiamo visto piangere quattro volte, sempre in verdeoro. A Fortaleza, nel 2014, contro il Messico, durante l’inno: «Ó Pátria amada, idolatrada, salve! Salve!»; e giù lacrime. Dopo l’infortunio contro la Colombia, nello stesso stadio. Dopo il rigore con cui diede al Brasile l’oro olimpico del 2016, al Maracanã (i tedeschi sconfitti si gettarono a terra distrutti, arrivò l’allenatore, Horst Hrubesch, il centravanti del Mondiale 1982, a dire: forza, in piedi, andiamo a congratularci con Neymar e a salutare il pubblico. Gli obbedirono tutti). L’ultima volta che Neymar ha pianto è stata l’altra sera, uscendo dal campo contro la Scozia. Poi ha postato sui social la stessa frase che Lewis Hamilton – che l’ha subito ringraziato – aveva scritto dopo essere tornato alla vittoria in Formula Uno: «Remember who you are», ricorda chi sei.
Carlo Ancelotti l’ha fatto entrare sul 3-0 a un quarto d’ora dalla fine, mentre il figlio Davide scuoteva il capo. Neymar non ha fatto molto più di nulla, ma i brasiliani, che lo adorano, erano comunque felici. A vederlo c’era la famiglia allargata: il figlio David Lucca, quindicenne che vive con la mamma Carolina, la fidanzata della giovinezza di Neymar; la moglie Bruna con le figlie piccole Mavie e Mel (tra le due è nata un’altra bambina, Helena, da una storia segreta con la modella Amanda Kimberlly; Bruna era incinta della seconda figlia, ma l’ha perdonato, e ora aspetta da Neymar un’altra bambina ancora). La situazione sentimentale è insomma confusa, eppure Cintia Barlem, la Diletta Leotta della tv brasiliana, ha raccontato che con lei «i calciatori di solito ci provano tutti, spudoratamente. L’unico a comportarsi sempre da signore è Neymar».
In campo non ha mai sciolto il dilemma tra «Neymaradona» e «Neymarketing», tra campione vero e fenomeno mediatico. In realtà è stato entrambe le cose. Un grande, e un incompiuto. Ha vissuto la sua vita come uno show. Il suo modello è stato Justin Bieber. Posta su Instagram le foto del risveglio e della buonanotte, mentre guida e mentre si allena. Frequenti i messaggi d’amore alla mamma Nadine. Decine gli sponsor, alcuni in esclusiva. Ha avuto un sosia, Victor Martins, che guadagnava 7 mila euro al mese andando alle feste vestito come lui, e un parrucchiere personale, Cosme Salles, che ha brevettato il taglio «Neymar» (quella volta insorse Pelé: «Pensavo fosse il mio erede ma mi sbagliavo: è sempre per terra! Pensa solo alla pettinatura!»). Ha anche una Fondazione che porta il suo nome e ha regalato i filtri per l’acqua potabile alle favelas di Rio e San Paolo; uno psicologo, una scorta, un rapper – McCosme – che gli ha dedicato una canzone, e una zia che si chiama Joana d’Arc, Giovanna d’Arco. Quand’era al Barcellona invitò gli amici d’infanzia, e postò la foto scattata tutti insieme a bordo di un aereo affittato da Julio Iglesias, il cantante.
Aveva quattro mesi quando sopravvisse a un grave incidente stradale: la macchina in bilico sul precipizio, la portiera aperta, i genitori disperati: il piccolo era finito sotto l’auto, coperto di sangue ma illeso. La famiglia ovviamente attribuì la salvezza all’intervento divino. Lui ha paura dell’aereo e prima di ogni decollo prega. Protestante evangelico, è convinto che Dio legga nel suo cuore e gli abbia indicato prima la via di Barcellona, poi di Parigi, quindi dell’Arabia Saudita, infine del ritorno in Brasile, al Santos; ma il vero signore e padrone in famiglia è il padre. Neymar junior è riuscito a fregarlo una sola volta, al mondiale Under 20. Voleva una Porsche turbo e Neymar senior lo sfidò: «Se segni due gol in finale, te la regalo». Lui segnò due gol e uscì dal campo mimando il gesto di guidare un’auto.
Da vicino si vede bene il tatuaggio che ha sul collo: «Tudo passa», tutto scorre, ogni cosa se ne va. Anche il Mondiale, anche il calcio. Per Neymar potrebbe essere l’ultima grande occasione. Ancelotti può aspettare; lui no. Il Brasile finora non ha fatto meraviglie. E il Giappone è una squadra rognosa, bene organizzata, di quelle che per batterle devi essere più forte. Ma il Brasile ovviamente lo è. E a un Mondiale, soprattutto a un Mondiale americano, il Brasile è tra le favorite per diritto divino.