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 2026  giugno 29 Lunedì calendario

Intervista a Milo Manara

Qual è il suo primo ricordo erotico?
«Sono due. Il primo: avevo 5-6 anni e abitavo a Bardolino, sulla sponda veneta del lago di Garda, quella più arretrata. Tutto ciò che offriva il paese per divertirsi era una balera. A noi bambini era vietata. Il parroco non voleva neppure che ci avvicinassimo. Io e i miei amici, invece, organizzavamo delle fughe per andarci e spiare dalle finestre gli adulti che ballavano».
Dunque, donne volteggianti al ritmo di mazurche e valzer.
«Non era tanto quello. Era il fatto di trasgredire. La fuga, il segreto. E poi immaginare cosa ci fosse sotto quelle gonne e cosa potesse accadere fra quelle persone adulte. Anche il secondo ricordo ha a che vedere con l’immaginazione. Avevo qualche anno in più e con i miei ci eravamo trasferiti in Valpolicella, dove vivo tuttora. In autunno venivano giù a valle dalle colline le ragazze che lavoravano alla vendemmia. Erano stagionali. Le chiamavamo le “portine” perché, oltre a tagliare l’uva, la trasportavano nelle cantine su carri trainati dai buoi. Alla notte restavano a dormire nei fienili dei poderi. Io andavo là fuori ad ascoltare le loro voci, le loro risatine. Quelle risatine civettuole erano quanto di più seducente. E immaginavo...».

L’erotismo è immaginazione?
«L’erotismo è all’opposto della pornografia. Non è esposizione, ha a che vedere con la testa. È attesa. È un livello più alto, quasi ideale. È l’iperuranio del sesso».

Milo Manara, 80 anni compiuti lo scorso settembre, occhi azzurrissimi e profondi, è a Milano per «Milano Comics». Lo incontriamo in una libreria Feltrinelli. È appena arrivato da Verona, il pomeriggio è caldo. Il maestro sorseggia una birra, racconta e disegna. Disegna una donna che assomiglia a Miele, una delle protagoniste più celebri dei suoi fumetti.
È lei?
«Lo sguardo è il suo. Miele è la mia preferita, ha in sé tutto ciò che più amo delle donne».
E cosa ama di più di una donna?
«Lo sguardo, giuro (ride). Non c’è competizione fra lo sguardo di una donna e quello di un uomo.
Se ripenso al periodo del Covid e alle mascherine, rivedo quegli occhi delle donne così profondi, sguardi che dicevano tutto».
Gli occhi. Tutto qui?
«Le rispondo come risposi tanti anni fa a Enzo Biagi: la schiena in fondo in fondo è bellissima»
. (ride ancora)
Miele è bellissima tutta, come le altre sue creature. Ma di donne così, in giro, se ne vedono poche.
«Le mie sono donne ideali. Stanno nel mio iperuranio».
L’hanno mai criticata per questo? Per la «eccessiva» perfezione delle sue ragazze?
«Beh, sì, ma la mia risposta è sempre la stessa: l’arte idealizza. Può farlo. Può aspirare alla perfezione. Lo diceva anche Platone, appunto. Solo l’arte può avvicinarsi alla perfezione».
Le piacciono i difetti? Non trova che alcuni siano sexy?
«Certo che sì. Persino certe rughe d’espressione possono essere sexy».
A proposito di rughe. Non pensa che ci siamo lasciati prendere la mano dalla chirurgia estetica? Donne che sembrano cloni. Anche giovanissime.
«Penso che sia un male, queste ragazze perdono di personalità. Come è un male la iperesposizione dei corpi sui social, ovunque, l’accesso facile alla pornografia. Questi corpi sbattuti lì, come pezzi di carne ansimanti, non sono la realtà. La sessualità è una cosa ben diversa, ma i nostri ragazzi, gli adolescenti, guardando certi video si fanno l’idea che le loro compagne di classe siano o possano essere quella cosa lì: pezzi di carne ansimanti».
Addio immaginario erotico.
«Il sesso come prova atletica. Come ginnastica ed esibizione. Cosa c’è di più anti-erotico?».
Quando lei ha iniziato a pubblicare i suoi fumetti la società era completamente diversa: era il 1969, piena rivoluzione sessuale.
«La liberazione sessuale è tutto ciò che è veramente rimasto di quegli anni. Il resto si è perso».

Quanto ha inciso il ’68 nel suo lavoro?
«Non l’ho vissuto in prima linea, non da militante intendo, ma culturalmente mi sono formato in quella dimensione, con i libri di quella generazione».
Il privato è politico, si diceva. Il corpo che diventa strumento di lotta. Eversivo, addirittura. È così anche nei suoi fumetti?
«Le mie donne sono libere. Emancipate. Soddisfano i propri desideri, anche quelli più immorali. Quindi sì, il loro corpo è politico».
La minigonna fu più rivoluzionaria di tante parole.
«Eccome! E lo fu anche per noi maschi. Da un giorno all’altro, le nostre amiche che vestivano come le suore, con gonne a metà polpaccio, si presentarono con indosso pezzi di stoffa inguinali. La moda fece ciò che la politica faticava a fare: divenne strumento, e alibi, per conquistare la libertà di mostrare il proprio corpo».
È mai stato censurato in Italia?
«Sì. Accadde con “Il gioco”. Dovevo rappresentare tutto l’arco delle perversioni della protagonista che, con la scusa di un macchinario che le toglieva la lucidità, si lasciava andare a ogni pratica sessuale desiderata. C’è di tutto in quella storia, fino alla zoofilia. Ci misi anche la pedofilia: l’editore mi disse di togliere quell’episodio. E io lo tolsi, senza polemica, comprendendo bene le sue ragioni».
Lei si è mai censurato? Si è mai detto: questo è troppo?
«Più che censurare me stesso, ho censurato una cosa che mi era stata richiesta. Accadde con quel genio di Jodorowsky. Voleva che disegnassi Leonardo da Vinci nell’atto sessuale con un uomo: mi rifiutai».
La prima donna che ha desiderato?
«Avevo 12 anni, una compagna delle medie di cui non farò il nome neanche sotto tortura».
È stata anche il suo primo amore?
«Come si può amare a 12 anni, sì».
Ci dica se una delle ragazze dei suoi disegni nasconde una donna vera.
«Sicuramente alcune nascondono l’identità delle modelle che ho ritratto negli anni. Ma non ho mai desiderato le mie modelle. Le ho sempre guardate come un dottore. Ne ho ammirato la bellezza, certo, ma le ho soprattutto studiate».
Confessi: dice così perché sua moglie, con cui è sposato da 40 anni, è gelosa? La si potrebbe comprendere.
«Lo è il giusto».
Lei è fedele?
«Cosa vuole che risponda: sono fedelissimo».
Una donna che le sarebbe piaciuto ritrarre?
«Kim Novak, la più bella di sempre».
Una bellezza dei giorni nostri?
«Kristen Stewart, con quella sua aria indolente».

Alla Milanesiana verranno esposte 14 tavole del «Nome della Rosa», che lei ha reinterpretato a fumetti. Cosa l’ha folgorata del romanzo di Eco?
«È un romanzo mondo. Dentro c’è tutto. E c’è una delle scene erotiche più sublimi mai descritte. L’apparizione della ragazza nuda ad Adso. Un’epifania. Non a caso Eco sceglie le parole del Cantico dei Cantici per descrivere il turbamento di Adso. E di qualsiasi ragazzino: nella scoperta di una donna nuda c’è la scoperta dell’origine del mondo».