Corriere della Sera, 29 giugno 2026
Gaza, il Board of Peace si dà l’immunità
Chi paga a Gaza? Per quel che è accaduto in trentadue mesi di distruzione, si vedrà: ci sono stati 73.054 morti, dice l’ultimo bilancio palestinese, e il penale è tutto da decidere. Per quel che accadrà nei prossimi anni di ricostruzione, qualcosa si sta già vedendo: il Board of Peace, quel cda che dovrebbe sovrintendere ai progetti trumpiani d’una Gaza Riviera, si porta avanti con l’ipotesi di un’immunità legale per tutte le operazioni che verranno intraprese. Una specie di decreto salva-ruspe. Una clausola in calce a quattro paginette d’una bozza di risoluzione, scritta all’inizio di giugno, che dà amplissimo margine di manovra a chiunque prenderà decisioni sul futuro della Striscia: il presidente americano Donald Trump e l’Ohr – ovvero l’Ufficio dell’Alto rappresentante per Gaza, guidato dall’ex ministro bulgaro Nickolay Mladenov – e poi i tecnocrati dell’Autorità palestinese, i delegati israeliani, gli appaltatori, i contractor e tutte le figure internazionali che siederanno nel consiglio di pace. Se confermato (uno degli interessati, la Bank of Pakistan, smentisce che la bozza abbia un valore), si tratterebbe d’un salvacondotto no limits: il Board potrebbe perfino confiscare le terre ai gazawi «a titolo gratuito», senza indennizzi, e demolire immobili o acquisire proprietà senza incorrere in fastidiose inchieste penali o in battaglie giudiziarie, che rallenterebbero i piani di ricostruzione.
Il documento, classificato come «sensibile» ma non secretato, è finito sulla stampa inglese e ha pochi uguali in questo tipo d’interventi internazionali: estenderebbe l’immunità a «qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza». Un tentativo, commentano diversi giuristi, di sanare fin d’ora eventuali violazioni di legge. Un sistema a sé stante, senza controlli esterni. Con l’ultima parola concessa a Trump – a chi, se no? – sull’applicazione o meno dell’immunità a tutti i membri del Board.
Ci si muove, nella prospettiva che prima o poi si muova anche la giustizia internazionale. Ed è anche in questa chiave, forse, che va letta l’improvvisa decisione del governo israeliano di riconoscere ufficialmente, ieri, il genocidio armeno d’oltre un secolo fa: i tre milioni d’innocenti che vennero massacrati dalla Turchia fra il 1915 e il 1923. Uno sterminio del quale nessuna leadership turca, men che meno l’attuale di Tayyip Recep Erdogan, s’è mai preso la responsabilità. Ma perché proprio adesso? Su Gaza, Erdogan non ha mai risparmiato la parola «genocidio», incrinando in questi anni un rapporto non sempre facile con Israele. «Non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta», spiega invece il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, che si rifà alle dichiarazioni del premier Bibi Netanyahu dell’agosto scorso: il documento ora sarà portato alla Knesset per l’approvazione e non va comunque letto come «un atto di ritorsione – assicura Sa’ar – per l’aperta ostilità, la terribile retorica e le azioni ostili della Turchia». È lo stesso Erdogan, però, a dare un’interpretazione politica del gesto israeliano: «A Gaza, s’è consumato un genocidio. E ancora oggi gli attacchi continuano. Qualcuno risponderà di questo, senza dubbio».